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Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Uno degli obiettivi del nostro spingerci così lontano fino alla estrema punta occidentale dell’Irian Jaya era quello di filmare gli ultimi mangiatori di sago, e forse, finalmente, siamo vicini al nostro obiettivo. Da quando abbiamo lasciato la cittadina di Sorong e cominciato a navigare lungo le coste di Batanta e Waigeo non abbiamo incontrato più nessuno. Nelle baie dove ci siamo fermati, siamo stati circondati solo da natura incontaminata, senza villaggi, senza abitazioni, senza nessuno. Solo ogni tanto, in lontananza, abbiamo visto delle canoe, che procedevano a volte a remi, a volte sotto velette improvvisate verso chissà dove.

Oggi ci siamo fermati a ridosso di un’isoletta tonda che la carta chiama Bombedari, incastrata in una ampia baia dell’isola di Waigeo. Bomberai e’  coperta di palme e di vegetazione. Abbiamo impiegato mezzora a percorrerne il perimetro. A terra non abbiamo trovato nessuno ma sulla spiaggia ci sono gusci di molte conchiglie rotte, segno che qualcuno di tanto in tanto viene a raccogliere i cocchi e si ciba dei molluschi che raccoglie nell’acqua bassa del reef tutto attorno.

Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Poi siamo scesi sulla costa di Waigeo, l’isola principale,  nel punto dove dalla barca col binocolo avevamo notato una nicchia nella foresta che altrimenti, ovunque, arrivava fin sul mare. E finalmente abbiamo trovato i segni della presenza di uomini: due capanne di frasche disabitate ma in buono stato, un guscio di tartaruga appeso ad un albero e un mucchietto di tuberi enormi, tutti sporchi di terra,  ma evidentemente pronti per essere cucinati. C’era un sentiero che entrava sotto gli alberi. L’abbiamo imboccato piuttosto incerti. Finchè si tratta di navigare, di passare da un’isola all’altra o anche di attraversare grandi bracci di mare non siamo mai in difficoltà. La nostra barca è solida e noi sappiamo come si fa. Ma camminare nella jungla è un’altra cosa e fa impressione. Si sentono suoni, canti e stridii. Ci saranno animali? Serpenti? Insetti pericolosi? E gli abitanti non si sentiranno insultati a vederci invadere il loro territorio senza chiedere permesso? Siamo finiti in una radura soffocata dalla vegetazione con il fondo viscido che scendeva in pendenza verso una zona acquitrinosa. Ne è valsa la pena: l’aria era satura di umidità e di zanzare, ma a terra al confine tra il terreno solido e l’acquitrino, c’era un tronco abbattuto e scavato per metà. L’abbiamo riconosciuto perchè l’albero del sago è inconfondibile, e tutto attorno ne abbiamo riconosciuti altri, enormi che crescevano ai limiti dell’acquitrino.

Il sago è una di palma. Ha il tronco più largo di quello delle palme da cocco e le foglie molto più lunge. La sua particolarità è costituita dal fatto che nel tronco c’è una grande quantità di amido. E dal tronco delle palme, con un procedimento complicato che non abbiamo mai visto dal vero, i papuasici ricavano una pasta di amido che costituisce il loro alimento principale.

Siamo ritornati a bordo. Domani torneremo a cercare gli abitanti. Con noi abbiamo portato solo uno dei tuberi, il più piccolo, così, per assaggiarlo, contando che non se ne accorgano, o nel caso che se ne accorgano, che non si offendano.

Gen 012000
 

Il villaggio in cui siamo giunti è grande e ordinato. E’ l’unico angolo abitato della seconda isola nell’ atollo dove ci siamo fermati dopo la partenza un po’ precipitosa da Biak, un’alttra isola. Le solite case sui pali, altre case di blocchi d’argilla più dietro, tante palme da cocco, alcuni alberi di limone e un paio di alberi centenari, o forse millanari. Ci sono anche i maiali a razzolare sotto le case.

“Mhhh, babi, bagus” che buono il maiale, tento. Chissà che non decidano di ucciderne uno per noi! Ci scortano verso una casa e ci fanno sedere su delle panche. Compare un quadernone. E’ una specie di libro dei visitatori su cui apponiamo cerimoniosamente le nostre firme. Sulla parete della casa c’è un disegno grande, tre bandiere a striscie bianche e blu con la stella rossa che racchiudono due triancoli dentro cui sono raffigurati altrettanti parang. Chiedo spiegazioni e me le danno, ma non capisco nulla. Alla fine, siccome proprio non riusciamo ad intenderci, ci fanno capire di tornare nel pomeriggio che ci sarà qualcuno che potrà spiegare meglio.

Passiamo la parte centrale della giornata a fare riprese subacquee sul lato esterno della barriera corallina, la dove il reef sprofonda nell’oceano. L’ambiente è bellissimo, ma c’è correte, e si fatica a srare fermi. Lavoriamo per due ore a filmare pesci e murene enormi facendo una gran fatica per contrastare la corrente. Torniamo a casa con il sole a picco. Non c’è tempo per riposare abbiamo promesso a quelli del villaggio che saremo da loro alle 4. Giusto il tempo di preparare di nuovo telecamere e macchine fotografiche, di verificare le batterie di ricambio, i filtri eccetera, e siamo al villaggio.

Ci accoglie un tizio alto e con la barba che con fare autoritario ci dice: venite a casa mia. Pensiamo sia il solito rompipalle. Gli diamo poco retta e ci aggiriamo fotografando qua e la. Presto però ci rendiamo conto che tutti in giro lo trattano con deferenza. Decidiamo di seguirlo. Ci porta nella stessa casa di stamattina. Su un graticcio di legno hanno allestito: due piatti di ceramica, due chucchiai di latta, un ciotolone di sago sufficiente per venti persone e tre pescetti arrostiti sul fuoco, con interiora e tutto.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Non ci si può esimere, e come al solito mi sacrifico io. Il budino di sago è veramene terribile, ma l’hanno fatto per noi, e tutti mi guardano. Magari gli hanno messo il sale, penso, mentre mi servo una cucchiaiata. Vien su proprio come la colla. Resta appiccicato al cucchiaio e per farlo cadere nel piatto devo dare ogni volta due o tre scrolloni vigorosi. Metto in bocca e faccio buon viso a cattiva sorte.   Che sarà mai? Devo solo concentrarmi a sorridere e a mandare giù, un paio di volte, e poi l’esibizione è finita, loro sono contenti, e io mangio un pescetto, che, stando attento a lasciare da parte le interiora, è comunque gradevole e si porta via i residui del saporaccio del sago.

Nel frattempo sono arrivati quattro giovanotti. Hanno tutti un casco, giacche rattoppate e qualche cosa di militaresco nell’atteggiamento. Il capo parla e loro si fanno avanti, indecisi tra lo stringerci la mano e un saluto militare. Alla fine fanno tutti e due: prima il saluto e poi la mano, mentre il capo spiega qualche cosa. Impieghiamo qualche attimo a capire, poi tutto è chiaro: i quattro ragazzi in semiuniforme sono la milizia rivoluzionaria dell’isola, il tizio con la barba oltre che capo del villaggio è anche capo della milizia, le bandiere disegnate sulla parete sono il simmbolo del futuro stato indipendente di Papua.

“Accidenti, guarda, sono armati” Infatti arriva un altro con i fucili e li distribuisce in giro.

“Ma che armati, guarda bene” E’ incredibile, i fucili sono di legno! Intagliati a grandezza naturale ci sono quattro mitragliatori tipo kalasnikof che i soldatini imbracciano orgogiosi. Segue una specie di cerimonia. C’è un palo conficcato nel terreno davanti alla casa, e la bandiera arriva religiosamente piegata. Viene attaccata alla corda e stesa perchè noi la possiamo vedere e fotografare, e mentre lo facciamo i quattro soldati armati con i fucili di legno si schierano tutto attorno. Non la issano, però.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Il primo di Dicembre, mi dice il capo. In quella data, in tutti i villaggi, su tutte le isole, sulle montagne, nelle baie, nelle valli, dappertutto una bandiera come questa verrà issata e da quel momento l’Irian Jaya sarà indipendente e si chiamerà Papua. Conoscendo la loro determinazione credo che lo faranno per davvero. Come reagiranno i soldati indonesiani? Spareranno e ci sarà una carneficina? Con le truppe gli indonesiano possono controllare le città della caosta, ma il territorio della Papua è vastissimo, i villaggi sono migliaia. Impossibile controllarli. I papui daltro canto hanno solo parang, archi, frecce e fucili di legno, mentre gli indonesiani sono armati per davvero.

Come andrà a finire? Noi partiamo dicendo al capo che quando torneremo tra un anno, due, chissà, forse la papua sarà davvero indipendente.

Stanotte però ho dormito male. La città di Biak con i soldati e le truppe indonesianoe è a poche ore di navigazione. Qui ci sono i rivoluzionari. Abbiamo filmato la loro cerimonia ed abbiamo promesso di trasmetterla in Italia per televisione. Quelli di Biak on un motoscafo potrebbero essere qui in un paio d’ore, a requisirci la barca, le telecamere e tutto.

Siamo partiti all’alba, e stavolta definitivamente. Puntiamo verso il mare aperto dove non ci sono ne bandiere ne soldati, ne oppressi ne oppressori. Ci siamo solo noi.