Le barche dei giramondo 2° parte

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Gen 022005
 

Prosegue il viaggio, iniziato nel numero scorso, nell’universo delle barche utilizzate dai velisti che navigano attorno al mondo. Ognuna con la sua storia, quasi sempre curiosa e affascinante, che riflette e si intreccia con quella del suo proprietario. Tanti i modelli, diversi i materiali, poche le scelte comuni di questi scafi spesso destinati a realizzare il sogno di una vita.

Lui 58 anni, medico, lei 42 anni, farmacista. La barca, Oceano VI, è di ferro. Lunga 10,50 metri, larga 3,5, pesa 11 tonnellate. Deriva mo bile, armata a cutter.

Scafo grezzo, quanto lavoro! – Quando l’ hanno comperata aveva già 5 anni, ma era solo uno scafo grezzo su un prato. Una delle tante costruzioni in ferro che si arenano durante l’allestimento. La barca è ad Alicante, Spagna, loro sono a Madrid. Per cinque anni percorrono infinite volte i 380 chilometri di andata e ritorno dell’autostrada Madrid – Alicante, mentre realizzano gli interni ex novo, mettono il motore, gli alberi e tutto il resto . La maggior parte dei lavori sono fatti da artigiani e specialisti perché Dora e Miguel non hanno né il lempo né le capacità per farli loro. Si limitano ai lavori piccoli, a controllare e pagare quelli grandi. «Anche così, è stato un incubo», dice Dora. «Il teak del ponte è stato rifatto tre volte – gli fa eco Miguel – ogni volta si gonfiava e si staccava. Il motore vibrava, l’asse si è rotto alla prima prova e altre cose del genere. Se dovessi tornare indietro acquisterei una barca usata, già pronta e funzionante», conclude Miguel. Mentre la barca si completa e si abbellisce, i due sistemano il lavoro. Dora è farmacista. Miguel è psichiatra. Ha studiato a Bologna e parla con noi in italiano. È stato persino abbonato a BOLlNA. Per anni ha lavorato in un centro sociale. Quando hanno chiuso il centro sociale Miguel si è messo in proprio e ha impiantato una piccola produzione di cosmetici naturali. Dora li vendeva nella farmacia dove lavorava e la produzione ebbe successo. Prima di partire hanno ceduto la fabbrica agli operai. Col denaro messo da parte e la liquidazione di Dora possono permettersi di navigare per tutto il tempo che vorranno. Non hanno hanno figli. Non hanno più problemi di lavoro. Sono totalmente liberi. Navigano da otto anni e non hanno idea di quando terminerà il loro giro. Dicono di essere moderatamente contenti della barca. «È sicura, è comoda, ma è molto pesante. Se potessi però la cambierei con una in plastica di 12 metri», dice Miguel. La barca di Dora e Miguel ha la deriva mobile. Con la deriva abbassata pesca 2,5 metri, con la deriva alzata un metro. «In 10 anni abbiamo usato la deriva mobile quattro o cinque volte. Troppo poco per giustificare la presenza di un meccanismo che toglie spazio interno e che complica la manutenzione. Quando navighiamo col vento in poppa, però, l’alziamo a metà e siamo decisamente più veloci».

Una barca per un dollaro – Lui Toguc, 35 anni, docente di architettura a Istambul, lei, Yesim, pittrice, 25 anni, entrambi turchi. La barca non se la sono scelta, è arrivata da sola e la storia è una delle più strane che ci sia mai capitato di sentire. Ce la raccontano a spizzichi e bocconi, in un inglese frammentario, con l’aiuto di un amico spagnolo che li ha quasi adottati e che li ha aiutati ad arrivare alle Fiji. La barca si chiama Yosun, che in turco vuoi dire “alga”. Il primo proprietario, un turco di cui non sappiamo il nome, parte da Istambul molti anni fa, attraversa l’Atlantico, passa Panama e arriva alle Hawaii. Lì si innamora di una americana, trova lavoro e si ferma. Passano gli anni. Il turco ha fatto fortuna e vorrebbe tornare a casa. Ma come? Con la barca, naturalmente, così sarà il primo turco, su una barca turca, ad avere effettuato una circumnavigazione del globo. Faranno il viaggio a piccole tappe, lui, la moglie e un marinaio. Partiti dalle Hawaii i tre affrontano la prima traversata che piccola non è, perché sono 2.200 miglia da Honolulu alla Polinesia. Arrivato a Tahaa, il turco decide di lasciar perdere. È troppo in là con gli anni per un’impresa del genere. Vorrebbe però che la barca completasse la circumnavigazione che aveva iniziato tanti anni prima. Mette allora un annuncio su un giornale di Istambul, dicendo che regalerà la barca a chi la porterà a destinazione. Yesim e Toguc leggono l’annuncio. Sembra uno scherzo e loro, quasi per scherzo, rispondono. Non sono i soli a rispondere, ma il proprietario della barca sceglie loro! Pochi soldi, poca esperienza marinara, pochissimo inglese, ma tanto spirito di avventura. Yesim vende tutti i quadri che ha, gli amici fanno una colletta e mettono a disposizione i fondi per il volo fino a Tahaa e quando i corsi al Politecnico finiscono i due partono. A Tahaa il proprietario consegna la barca e subito si dilegua: «Quando arriverete a Istambul- dice -la barca sarà vostra». I due non sanno se essere felici o disperati. Si ritrovarono dall’altra parte del mondo, su una barca vecchiotta e malandata, senza quasi nessuna esperienza di mare, con pochissimi soldi e tanta incertezza e con di fronte un oceano infinito. Non sanno letteralmente che pesci prendere. Cercano di prepararsi e di preparare la barca, facendosi consigliare da tutti quelli che passano, cercano di procurarsi le carte, i portolani, di imparare a usarli. A un certo punto si accodano a una barca spagnola e partono. Mille miglia e dieci giorni di navigazione più tardi approdano ad Apia, nelle Samoa, stravolti, senza più un briciolo di entusiasmo, con solo tanta paura. Continuano a chiedere a tutti se quelle onde che hanno incontrato siano grandi o normali, se c’e rischio che il vento possa essere ancora più forte di quello che avevano avuto e così via. Yosun fa acqua da tutte le parti, anche solo con la pioggia, e il pozzetto, poco protetto, ne imbarca a ogni grossa ondata che arrivi da poppa. Decidono di lasciar perdere tutto ma Alfons, il buon samaritano spagnolo che li ha aiutati nella traversata, li prende sotto la proprio ala. Li  convince a proseguire con lui fino alle Fiji, lì potrebbero lasciare la barca, tornare in Turchia, dato che le ferie sono finite, chiedere un anno sabbatico, mettere le cose in chiaro con il proprietario, che ha dato la barca senza nulla di scritto, e se tutto va bene, tornare alle Fiji e accodarsi a lui per rientrare in Mediterraneo. Così fanno. Una volta in Turchia, ottengono il sabbatico e il proprietario della barca gliela vende per un dollaro e regala loro anche un altro biglietto aereo per le Fiji. Una bella storia, quella umana, mentre quella marinara, non è ancora finita. Li abbiamo visti lavorare per un mese, 20 ore al giorno in un cantiere delle Fiji per migliorare le condizioni della barca. Non si potevano concedere nemmeno una coca cola in due, ma ogni equipaggio a turno preparava la cena anche per loro e la recapitava direttamente a domicilio. Comunicavano poco e male, con un inglese stentato e gutturale, chiedevano consigli a tutti ma sembravano felici. Sono partiti verso Ovest, viaggiando in conserva con Alfons. Contano di passare Torres, di superare l’Indonesia per evitare il problema del permesso di navigazione (150 dollari) e di arrivare in Malesia, lasciare la barca e rientrare di nuovo in Turchia. Proseguiranno a tappe, durante le ferie estive, vendendo qualche quadro lungo la rotta e magari fare durare il viaggio un po’ più a lungo. Inutile chiedere loro se sono contenti della barca. Inutile chiedere questioni di stazza, di pescaggio, di armamento. Non saprebbero cosa rispondere. Tutto quel che sanno è che questa avventura ha cambiato il corso delle loro esistenze.

RoJlafiocco, che comodità! – Ted e Susan sono più vicini ai 70 che ai 50 anni. Hanno passato parte della loro vita tra San Francisco e Boston. Un’alternanza di Est e Ovest che li ha resi aperti di mente, colti, ironici, simpatici e disponibili. Strano per degli americani ! Parlano bene francese e sanno che è difficile capire qualcuno che parla una lingua diversa dalla propria, cosi quando ci raccontano di loro in inglese lo fanno lentamente e per farsi capire da chi ascolta. Sono partiti dagli Stati Uniti una decina di anni fa. Lui con trascorsi nella Marina e come legale. Hanno un Hans Christian 38, Vanessa, una barca di vetroresina progettata per la grande crociera. Interni di teak massiccio, scafo molto solido, un bompresso esagerato protetto da grossi tubi d’acciaio e molte finiture in legno all’ esterno che richiedono tanta manutenzione. «La barca ne ha bisogno», dice Susan mentre carteggia con carta vetrata n. 600 la terza mano di vernice sul fascione che corre lungo la falchetta. Una volta \’ anno la riportano a legno e stendono quattro mani di vernice nuova, con la perizia e la precisione di Iiutai. Comunicavano poco e male, con un inglese stentato e gutturale, chiedevano consigli a tutti ma sembravano felici . Sono partiti verso Ovest, viaggiando in con- Toguc e Yesim hanno avuto in regalo Yosun a patto di farle completare la circumnavigazione del mondo. Pozzetto profondo, timone a barra, un quadrato spazioso pieno di strumenti e una cucina attrezzatissima. La loro vita fuori dagli States è tutta contenuta lì dentro, in una barca immacolata, perfettamente attrezzata e accessoriata. «Tre anni fa abbiamo montato il rollafiocco, da allora continuiamo a chiederci perché non lo abbiamo fatto prima!», dice Ted indicando la prua con il suo naso adunco e il ciuffo bianco. «Ci spiaceva modificare qualcosa della barca originale. Per il resto è tutto com’era quando l’abbiamo comperata, compreso un oggetto sul ponte a fonna di coma d.i bufalo, metà iJ) .ottone e metà In legno, sem- ‘_•;~.iqissimo. sul quale pog,., ii~i,l”lHm.il» . ,’t~J>1am@J~ domanda di rito: :<<Siete contenti della vostra barca? ». «Certo – rispondono – non la cambieremmo per nessun’altra al mondo». Ted e Susan sono degli antieroi per eccellenza. Invece che raccontare di traversate eroiche, di tempeste impossibili e nubifragi disastrosi, raccontano di quella volta in nuova Zelanda che hanno scalato una montagna, di quell’altra in nuova Caledonia quando hanno fatto del trekking. Lei, Susan, soffre il mal di mare e non si vergogna di dirlo. Non le piacciono le traversate. Le accetta perché non può fare altro, ma preferisce fermarsi a terra, visitare i posti. n loro vagabondare è lento. In dieci anni sono stati sempre in Pacifico. Le soste nei porti sono lunghe. Le giornate sono scandite tra le passeggiate in bicicletta la mattina e la manutenzione della barca nel pomeriggio. Nel loro guscio, apparentemente minuscolo, durante le vacanze di Natale li raggiunge la mamma di Susan di 87 anni! Hanno passato un anno in Nuova Caledonia, uno alle Vanuatu, uno alle Tonga, tre in Australia «<È così grande che per conoscerla ci vorrebbero dieci anni», dicono), due in Nuova Zelanda. L’anno prossimo andremo a André a bordo della sua Samoa (12 m). un Sun Fizz vecchio di 17 anni. Nord, alle Salomon – ci hanno scritto – ma non siamo sicuri perché non abbiamo ancora avuto l’ok dall’assicurazione». «Noi senza assicurazione non andiamo da nessuna parte – usava dire Ted con un sorriso bonario – forse perché siamo americani, forse perché siamo vecchi ». Vecchio modello di serie, eppure … – La barca di André, Samoa, è un Sun Fizz di 12 metri, vecchio di 17 anni. Una barca banale, di serie, uguale a centinaia di altre che in Mediterraneo escono solo per le crocierine estive. Lui, André, non è banale per niente. Sessantadnque anni. Fisico asciutto e scattante. Sguardo pulito e penetrante, naviga da sette anni, i primi con una compagna, poi da solo, e in solitario ha percorso mezzo mondo. La sua barca porta i segni dell’ età: il “gel coat” è screpolato, lo scafo è ingiallito e ci sono colate di ruggine in corrispondenza degli arridatoi. Dentro la barca i legni del tavolo, del pavimento, delle cuccette sono vecchi, con la vernice screpolata. C’è odore di chiuso, forse anche di sporco, ma non è sciattezza. È una tra~andatezza quasi voluta. Non proprio una scelta, ma una accettazione filosofica del fatto che le cose si consumano e fino a ché consumandosi non perdono la loro funzione, tanto vale lasciarle così. Gli strumenti del carteggio, le carte, l’ Ssb, il computer che si interfaccia con la radio, che trasmette gli e-mail e che riceve le carte meteorologiche, tutte queste cose sono perfette e ed efficienti. «Sei contento André della tua barca?», gli chiediamo. «Non sorisponde – sono abbastanza contento. Solo mi piacerebbe che la prua non fosse così piatta e larga. Quando siamo di bolina, con mare formato, picchia molto nelle onde e mi fa un po’ paura». E mentre lo dice sorride, con il sorriso semplice .e chiaro di uno che accetta di avere paura. “Per il resto – continua André – la barca è sempre andata bene. Non si è rotto mai niente. Di bolina cammina benino e in poppa è velocissima. I primi anni, nelle andature portanti, con vento forte era difficile da tenere, ma da quando ho messo un timone a vento esterno (un modello del tipo Mustafà) non succede più. Il timone principale, bloccato al centro, fa da seconda deriva e la barca è diventata stabile e docile». La barca di André è un modello di serie costruito senza particolari pretese. Una di quelle che a molti sembrano troppo leggere per affrontare una navigazione impegnativa e che non ci sentiremmo di consigliare. Eppure eccola lì, ancorata in un fiordo pieno di mangrovie, alle Fiji, al centro del Pacifico, a raccontare che di miglia ne ha fatte, che non è successo nulla e che le nostre valutazioni, forse, erano un pochino pessimiste.