Lug 232015
 

Pacifico Misterioso

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 50’
  Novità

Pacifico MisteriosoPacifico Misterioso, Barca Pulita esplora la catena delle Vanuatu, uno degli arcipelaghi più selvaggi e misteriosi del Pacifico.

Dall’isola quasi disabitata di Malekula la rotta prosegue verso sud fino a Efate e a Tanna, la più meridionale, animista e arcaica isola del gruppo: un viaggio tra fenomeni naturali impressionanti legati al vulcanismo sempre attivo delle isole e tra popoli isolati e primitivi che non usano denaro, che si spostano solo in canoa e che vivono in simbiosi con una natura forte e incontaminata.

Infine, una lunga traversata 500 miglia controvento in direzione delle Fiji, in preda di una grave avaria che costringe l’equipaggio a improvvisare una riparazione in pieno oceano con i soli mezzi di bordo…

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Gli dei del Vulcano

 DVD  Commenti disabilitati su Gli dei del Vulcano
Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 26’
prezzo: € 15,00

Gli dei del VulcanoSull’isola di Tanna, alle Vanuatu, il vulcano è un Dio.
Uomini ed animali convivono con lui sfruttandone i benefici: l’acqua calda, la terra tiepida.
Accanto al dio vulcano ci sono altre forme di religiosità: i seguaci di un profeta che predice il futuro, quelli di John Brum, che ballano aspettando il suo ritorno.
Infine in una festa pagana, tra canti e balli, si uccidono centinaia di maiali, in un rito propiziatorio di pace tra le tribù.
Un documento unico che racconta una realtà straordinaria sopravvissuta all’arrivo dei bianchi e dei missionari.

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Uomini e Vulcani

 DVD  Commenti disabilitati su Uomini e Vulcani
Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 26’
prezzo: € 15,00

Uomini e VulcaniSull’isola di Tanna nelle Vanuatu il tempo s’è fermato. Non c’è luce, non ci sono strade, non si usa il denaro. Il vulcano Yasur condiziona con le sue esplosioni giornaliere la vita degli isolani, che hanno imparato a rispettare e a conoscere il suo spirito. Sui monti vive
ancora una tribù che segue gli antichi dettami della tradizione. Gli uomini indossano il cappuccio penico, le donne si vestono con gonne di paglia, non si mandano i figli a scuola e ci si cura con la medicina tradizionale.

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Storie di mare e di sfiga

 6 Tecnici  Commenti disabilitati su Storie di mare e di sfiga
Gen 012007
 

Finire sugli scogli o sui reef, andare a sbattere contro una nave o una barca di pescatori, arare in un ancoraggio e finire a fracassarsi a riva…questi sono gli incubi che visitano i sonni di ogni navigante. In 20 anni passati sui mari a noi e alla nostra barca non è successo nulla di significativo, e non siamo mai stati testimoni diretti di alcun incidente ìncrescioso, mentre i racconti che abbiamo raccolto, di prima o di seconda mano sono solo una manciata. Una decina di incidenti su qualche decina di migliaia di barche incontrate è una statistica minima e consolante. Quasi sempre da queste storie amare si può dedurre che la causa dell’incidente, se causa c’è, è da ricondurre ad un errore dello skipper, o che forse, una condotta più accorta avrebbe potuto evitarlo.

Le storie di questo arlicolo sono vere. Sono uno stralcio di un capitolo sulle “sfighe marine” che sarà pubblicato nella prossima edizione del nostro libro Partire (Editrice Incontri Nautici). Sono sta te raccontate dalla voce dei protagonisti. Raccontare gli incidenti degli altri è antipatico. Analizzarli è ancora più difficile e si corre il rischio di scivolare nella saccenza. Pazienza, corriamo il rischio.

Un croato sugli scogli. È un racconto che abbiamo raccolto pochi giorno dopo l’incidente. Il protagonista è Bruno, un croato di mezza età che racconta con apparente tranquillità, ma soffre. Siamo alle Fiji, nell’arcipelago delle Yasawa, una catena di isolette basse disposte lungo un arco che si slancia prima verso Nord, poi Nord Est e poi Est. Un arcipelago famoso per la bellezza dei paesaggi, la fierezza degli abitanti e la violenza del vento. Il fatto che quest’ultimo laggiù sia sempre più forte che altrove ha una spiegazione semplice. Alle Fiji il flusso d’aria degli Alisei è costretto a innalzarsi per superare le catene montuose delle due isole maggiori. Ne consegue che sul lato sopravvento delle Fiji piove molto e l’Aliseo è quasi sempre presente, mentre nella parte sottovento, al di là delle montagne, l’aria è secca, c’è sereno e il vento non c’è mai, come se l’Aliseo se ne fosse andato chissà dove. Le Yasawa sono sottovento, ma troppo lontano per godere del ridosso delle montagne delle isole grandi. Bruno è con una barca italiana, un Gran Soleil da 50 piedi, quando le previsioni annunciano burrasca da Nord Est a 35 nodi, tendente a Nord Ovest. A bordo lui, la moglie e tre ospiti. È pomeriggio e bisogna cercare presto un posto dove ancorare, cosa non facilissima alle Yasawa dove quasi tutti gli ancoraggi sono aperti a Ovest, e quelli che non lo sono, sono aperti a Est. Alla fine decide per un canalone tra due isole, ridossato da Nord Est e da Nord Ovest, ma aperto a Sud. Scende la sera. A bordo si fa festa. Aperitivo, cena, tramonto da favola. Con il buio il vento rinforza e continua ad aumentare col passare delle ore. Bruno e la moglie sono svegli ad ascoltare il rombo delle raffiche. Raffiche violente, ma l’ancoraggio tiene. A metà della notte comincia a piovere, e dopo un paio d’ore, sotto un diluvio, il vento gira di colpo a Sud. Bruno col suo Gran Soleil si trova improvvisamente esposto al vento da Sud, l’unica direzione da cui il suo ancoraggio non è protetto. Il vento solleva il mare e insieme al mare entra ruggendo nel canalone dentro cui è ancorato. La prua comincia a saltare e strattonare a ogni onda che arriva. La catena entra ed esce dall’acqua. Le raffiche li fanno ingavonare e la corrente spinge sullo scafo traversato aumentando ancora di più lo sforzo su ancora e catena. “Cosa potevo fare – racconta Bruno – andarmene? Impossibile, perché salpare l’ancora con il reef a 100 metri sottovento con quel vento sarebbe stato un azzardo, senza contare che poi, uscire di notte tra isole, reef e scogli, sarebbe stato come una roulette russa. Non potevamo fare altro che tentare di resistere.” Poi il racconto si fa un po’ confuso. “Avevo messo una cima di ritenuta dalla catena alle bitte di prua per alleggerire la pressione sugli ingranaggi del verricello. Una cima da 18 millimetri, che avevo già usato molte volte. A un certo punto della notte quella cima deve essersi rotta, ma noi dentro non ci siamo accorti di nulla. A quel punto la pressione della catena si scaricava sugli ingranaggi del verricello che pian piano devono avere lasciato filare anello dopo anello sempre più catena facendoci scarrocciare verso l’acqua bassa. Era quasi l’alba quando abbiamo sentito i primi colpi sul reef. Colpi strazianti che la facevano tremare tutta.” La barca era incastrata nei coralli, ma gli abitanti di un villaggio vicino sono arrivati in aiuto. Bruno e gli altri hanno steso delle cime dalla testa d’albero ai reef circostanti, hanno sbandato lo scafo e, tonneggiandosi sull’ancora ne sono venuti fuori. Lo scafo imbarcava acqua, ma non copiosamente e sono stati in grado di percorrere le 30 miglia fino all’isola principale dove c’è un cantiere. Alata la barca si è fatto l’inventario dei danni: il timone deformato, due fessurazioni nel punto dove la chiglia si innesta sullo scafo e da dove filtrava l’acqua, il semicerchio di comando del timone deformato e altri danni minori. La barca ha resistito. Tutto sommato, pur essendo leggera, costruita per il charter. Analisi dell’incidente. Bruno si è ancoralo a ridosso del vento prevalente. È quello che si fa di solito da queste parti. Avendo il conforto delle previsioni si accetta il rischio di un ancoraggio aperto verso le direzioni meno probabili. Con il vento girato a Sud l’ancoraggio è diventato una trappola, per via della forma a imbuto del canalone, una specie di invito per il vento e la corrente a ingolfarsi dentro. Quando si sceglie un ancoraggio per la notte bisognerebbe sempre pensare a cosa succederebbe se il vento girasse nella direzione peggiore. Bisognerebbe prendere riferimenti e tracciarsi una rotta di fuga in caso di emergenza. In certe baie però la fuga notturna non è possibile. Le alternative diventano: ancorare e passare la notte tranquilli anche se c’è una remota possibilità che il luogo diventi pericoloso oppure portarsi al largo e passare la notte tra le onde. Difficile optare per la seconda soprattutto con il conforto delle previsioni del tempo.

Non fidarsi solo del gps. Siamo sempre alle Fiji, nello stesso cantiere. C’è un australiano che sta riparando la sua vecchia barca in vetroresina. La chiglia, robustissima, ha una grossolana rientranza, come se un topo enorme ne avesse rosicchiato la parte anteriore. Lo scafo, proprio sotto la prua, è tutto graffiato. Segni inequivocabili di un incontro con il reef. Ecco il racconto. “Stavamo puntando verso la baia di Savusavu. C’è un faro proprio all’estremità Ovest del reef che sbarra l’imboccatura della baia. Noi puntavamo verso il faro. Avevamo messo il waypoint del gps un miglio a Ovest del faro. A un certo punto abbiamo sentito un fragore orribile. Siamo corsi fuori. Il mare attorno a noi era tutta schiuma bianca. Ondate enormi, marosi, risucchi e la prua della barca incastrata contro il corallo. Eravamo finiti in piena velocità, con vento e mare in poppa, proprio contro il reef. Abbiamo tentatodi indietreggiare a motore ma le vele ancora issate ce lo impedivano. Ammainate le vele, abbiamo dalo tutto motore e miracolosamente siamo riusciti a liberarci. Siamo stati fortunati. Eravamo al minimo della marea e il reef ero tutto fuori dall ‘acqua, così siamo andati a urtare sulla scarpata dove la pendenza è forte e la barca si è subito fermata. Nell’uscire notammo, accamo a noi, la sagoma nera del faro. Eravamo a poche decine di metri e naturalmente non funzionava.” Il racconto è di una ingenuità disarmante e l’analisi è fin troppo facile. Colpa della solita cieca e malriposta fiducia nel gps. L’entrata nella baia di Savusavu è relativamente larga. A delimitarla ci sono a Est un lungo reef, sulla cui punta c’è il faro che non funzionava, a Ovest un po’ di isolette basse non segnalate. In mezzo 5 miglia di acque libere. Quando si entra si tende a stringere dalla parte del faro, un po’ perché la presenza di un faro è un elemenlo di certezzza, un po’ perché appena doppiato il reef si deve puntare a Est, e quindi più si passa lontani dal faro più si allunga la strada. La cosa strana è che il nostro amico australiano non si sia messo a scrutare nella notte alla ricerca del faro. Se avesse cominciato a cercarlo quando era a 10 miglia di distanza, poi a 8, poi a 6, non trovandolo si sarebbe messo in allarme e gli sarebbe venuto in mente di correggere la rotta per passare nel mezzo. Invece ha continuato dritto, fidandosi della rotta che aveva impostato per passare a un miglio dalla punta del reef. Un errore di un miglio con il gps è raro ma può succedere. Capiterà una volta su cento, ma capita e non è tanto perché il gps dia un punto con un errore così grande, ma perché le carte, disegnate nel secolo scorso, a volte hanno di questi errori.

Incendio a bordo. Inglese, solitario, barca di 42 piedi, armata a sloop. Jeff aveva fatto una revisione del motore in Ecuador e tutto era perfetto, tranne la vite di spurgo della pompa del gasolio che aveva la filettatura rovinata e perdeva qualche goccia di gasolio. Jeff se n’ero accorto, ma non aveva dato importanza alla cosa: capita che nel motore ci siano piccole perdite. A Panama anche lo starter aveva cominciato ad avere problemi. Viene smontato, spedito in Inghilterra, revisionato e rispedito indietro. Jeff lo rimonta ed è tutto come prima: a volte funziona, a volte no. Ne deduce che il problema deve nascere da qualche interruttore dell’impianto e scopre che, in emergenza, può fare partire il motore con una manovra grossolana ma efficace: collegando per un attimo con un cavo di avviamento il positivo della batteria direttamente al positivo del motorino. Il trucco funziona, Jeff si tranquillizza e intraprende la traversata del Pacifico. Navigazione, tra la Polinesia francese e le Cook. Dopo molti giorni di vento l’Aliseo scompare lasciando una calma totale. Jeff decide di andare a motore. Nel pomeriggio arriva un po’ di vento e alza le vele. Dopo mezzora il vento scompare di nuovo, Jeff scende sottocoperta, apre il vano motore e avvia con il sistema del cavo. Il motore parte (è ancora caldissimo) ma nel togliere il cavo dallo starter una rollata gli fa perdere l’equilibrio e la punta del cavo tocca la carcassa del motore. Ne scaturisce uno scintillone e…il motore prende fuoco! Quella pozza di gasolio nella nicchia sotto lo starter, riscaldata dal girare del motore per ore ed ore, era lì,  pronta, non aspettava altro. Fiamme gialle e fumo nero mentre il motore continua allegramente a girare. Jeff si precipita sul primo estintore. Ne ha sette, posizionati in tutta la barca. Lo estrae, armeggia con la scura, lo punta e…niente. Dal becco non esce nulla. Le fiamme aumentano. La cabina è invasa dal fumo. Afferra un altro estintore. Altra chiavetta da liberare, altro puntamento, altro nulla, poi un terzo. Jeff si rende conto che nel frattempo il motore sta ancora girando. Corre al quadro comandi e aziona il pulsante d’arresto. Niente, non si ferma perché il fuoco ha già fuso i cablaggi elettrici e ora anche i tubi di gomma stanno cominciando a sciogliersi. Fonde un manicotto del raffreddamento e siccome il diesel gira sempre la pompa dell’acqua continua a girare e il getto del raffreddamento finisce in parte sul motore e in parte in sentina. Le fiamme continuano a crescere, il fumo in cabina è terribile, non si vede più nulla e non si riesce a respirare. Jeff tenta con il quarto estintore. Stavolta funziona e lo scarica sulle fiamme. Un estintore da solo non basta a spegnere l’incendio ma lo riduce e Jeff riesce a scavalcare le fiamme per uscire in pozzetto. Si ritrova in mezzo a un oceano enorme e indifferente, con il sole che tramonta, le vele che sbattono e una colonna di fumo nero e acre che esce dal tambucio. Respira più che può, raccoglie le forze e rientra sotto coperta. Gli è venuto in mente che gli estintori a polvere dovrebbero essere agitati di tanto in tanto, in modo che la polvere non si compatti formando un tappo che ne blocca il funzionamento. Dentro la barca il motore continua incredibi lmente a girare. Il getto del raffreddamento sembra quello di un idrante e l’acqua è ai paglioli. Un quinto estintore accetta di funzionare e le fiamme sono spente. Adesso bisogna fermare il motore. Tutti i diesel hanno una levetta per arrestarli che si aziona dal telecomando o da un interruttore quando si aziona lo Stop. Se si sa dove si trova la levetta, fermare il motore è semplicissimo. Se non si sa bisoglia cercarla. Jeff è disperato. Non la trova, non sa dove sia e il fumo ormai è spaventoso perché anche il tubo di scarico si è fuso e i gas combusti invadono la cabina. Alla fine svita una fascetta del circuito del gasolio per tentare di arrestare l’alimentazione: altro gasolio in sentina che si mescola all’acqua  di mare che ormai supera i paglioli, ma dopo qualche minuto il motore tossisce e si arresta… L’ interno della barca è nero e saturo di fumo. La parte velica però non ha subito danni. Gli alberi sono in piedi, le vele sono intatte. Delle tre batterie due sono in cortocircuito ma una è salva. Il gps funziona e il fuoco non ha raggiunto le carte. Dopo cinque giorni Jeff raggiunge Pago Pago nelle Samoa occidentali. Una serie di particolari trascurati che la sfortuna ha saputo mettere sapientemente in sequenza uno dopo l’altro. L’onda che lo fa cadere provocando il cortocircuito, la perdita di gasolio trascurata, gli estintori che non funzionano. Se questo racconto farà sì che qualcuno di noi controlli i propri estintori o elimini qualche piccola perdita del circuito di alimentazione, sarà servito a qualcosa.

Un sogno rotto sul reef. Antonio. Italiano. Di Vigevano. Vende macchine etichettatrici e sogna il mare. A un certo punto decide di tentare la grande avventura: lascia il lavoro e cerca un imbarco. Tramite intemet entra in contatto con un americano che ha bisogno di equipaggio. L’americano è proprietario di una barca in ferro e vorrebbe un aiuto, prima per metterla a punto e poi per navigare. Antonio non ci pensa due volte, compra il biglietto e vola in Florida dove c’è la barca. I due si conoscono e vanno d’accordo. Dopo due  mesi partono. Panama, Pacifico, isole da sogno. Dopo sei mesi sono in Nuova Zelanda. Antonio ha avuto modo di sperimentare la barca e la vita sul mare e decide che è giunto il momento di provare a fare da solo. Sbarca e si cerca un’occupazione. È volonteroso, sa lavorare, e trova subito qualcosa: una barca francese ha bisogno di una grande sistemazione. Carena, interni, eccetera. Antonio lavora e intanto si guarda intorno. Dopo sei mesi ecco l’occasione. Una barca in ferro di 33 piedi. Costruita amatorialmente in Nuova Zelanda, ma in ottime condizioni. Chiedono 45.000 dollari neozelandesi, circa 25.000 euro. Antonio ha ancora i risparmi di quando vendeva etichettatrici, ci aggiunge quanto ha guadagnato sul posto e offre 35.000 dollari. L’accordo è fatto. La barca è quasi pronta. C’è solo da ripulire le sentine dalla ruggine, controllare i serbatoi, revisionare l’aulogonfiabile, il motore del fuoribordo, acquistare l’Epirb e sono in grado di salpare. Sono? Sì, perché nel frattempo è arrivata una fidanzata tedesca: Ruth. Così partono. Lasciano la Nuova Zelanda e puntando sulle Vanuatu, a 1.200 miglia di distanza. A metà del percorso c’è l’unica occasione per una sosta: si chiama Minerva Reef. È un atollo che sorge nel bel mezzo dell’oceano. C’è una passe, si può entrare e dentro si ottiene un ridosso accettabile. I due restano a lungo indecisi se continuare verso le Vanuatu o fermarsi al Minerva. Propendono per il reef. Entrano. Ci sono altre barche. Attraversano l’interno dell’atollo e si portano ad ancorare sul lato Sud Est, sottovento al reef, perché le previsioni dicono vento da Est. Il giorno dopo le previsioni peggiorano. Parlano di 30-35 nodi da Nord Est. Tutte le barche allora si spostano all’interno del reef e vanno ad ancorare nell’angolo di Nord Est, in modo da essere al riparo dal fetch interno. Antonio dà l’ancora su 8 metri, fondo sabbioso, con una cqr da 15 chili. Scende la notte e il vento sale. Arriva a 30 nodi, 35, 40. Sale ancora. Antonio è stanco e un po’ sfiduciato. Forse per questo non si rende conto che la barca sta arando. Quando se ne accorge ormai sono a 500 metri dal bordo del reef. Sono sempre dentro l’atollo, ma il fondale è salito a 25-30 metri e l’ancora non serve più a nulla, mentre il mare, in 500 metri fa in tempo a montare. Antonio accende il motore e tenta di riportarsi vicino al reef e al suo ridosso. Non riesce. I 20 cavalli del motore non sono sufficienti a contrastare i 50 e passa nodi del vento. Riesce a tenere una specie di cappa che però non gli evita di perdere progressivamente terreno. E più si allontana dalla protezione del reef più le onde salgono e più la speranza di ritornare a ridosso svanisce. Antonio fila la seconda ancora ma il fondale è alto e anche questa ara. In due ore, trascinandosi dietro le ancore, attraversano tutto l’atollo e si trovano sul lato sottovento. Finalmente una delle due ancore fa testa, su una roccia, a giudicare dallo strappo, e la barca si ferma. Il vento è fortissimo, 60 nodi, diranno poi quelli delle altre barche. L’onda è più di due metri e il reef, dietro di loru, è invisibile, ma vicinissimo. Antonio e Ruth restano così, aggrappati alla speranza di quella roccia invisibile su cui la loro ancora ha fatto testa. Speranza che dura un’ora. Poi l’ancora molla e sono sui coralli. Un colpo. Due colpi. Cento colpi. L’onda che si forma a causa del fetch è impietosa. Solleva la barca e la lascia ricadere, la solleva e la rigetta. L’acqua comincia a entrare, e poi sale. La barca si appesantisce, si corica sul reef. A ogni onda si sposta, geme, scricchiola. Decidono di gettare l’ autogonfiabile in mare, si tuffano e si infilano dentro la zallera, tenendosi però legali alla barca con una lunga cima. Alla fine della notte Antonio e Ruth sono bagnati, tremanti dal freddo e con la consapevolezza di avere perso la barca. Arriva la luce. Il vento si calma e l’alba sorge in un tripudio di colori. Vengono presi a bordo da un catamarano svizzero. Vanno col gommone a vedere cosa resta della loro barca. Lo scafo è squarciato. Recuperano tre pannelli solari e qualche altra cosa. Al mattino dopo tornano sul reef, non trovano più nulla. La loro barca è scompassa. Polverizzata. L’analisi in questo caso è semplice: la barca di Antonio ha arato, le altre no. Vuoi dire che la sua linea d’ancoraggio non era all’altezza. Forse l’ancora era troppo piccola, forse la catena troppo corta o troppo leggera. Forse l’ancora stessa era di un modello non efficiente. La tenuta dell’ancora è il grande assillo. È da quel pezzo di ferro infilato nella sabbia del fondo che dipendono la sicurezza della barca e a volte la vita di chi ci sta sopra. Le domande da farsi sono: se durante la notte arrivasse vento forte, o se il vento cambiasse di rezione, mi troverei a mal partito? Se l’ancoraggio dovesse diventare insostenibile esiste una via di fuga? La maggior parte delle volte la via di fuga non c’è. Allora bisogna assicurarsi della tenuta al di la di ogni dubbio, e se la tenuta non è sicura bisogna, ahinoi, lasciare la baia prima del tramonto.

Fidarsi del corpo morto? Siamo in Indonesia, a Bali, a raccogliere la storia triste di Robert, Michell e dei loro due bambini. A 12 miglia da Bali c’è un’isoletta splendida che si chiama Nusa Lembongan. A Nusa Lembongan c’è un solo ancoraggio in una baia con un brutto fondo di ciotoli che non tiene quasi nulla. Per ovviare a questo inconveniente una compagnia di charter che porta i turisti di Bali a scorrazzare nelle acque limpide dell’isoletta ha piazzato proprio al centro della baia un corpo morto. Se la barca da charter non c’è ci si attaccano tutti. Il traghettino che fa servizio per la gente dell’isola, i pescatori, e le barche a vela. Robert quella notte ci si era attaccato a sua volta, con la sua barca di legno di 13 metri, a bordo della quale lui e la sua famiglia navigavano da tre anni. A metà della notte sono stati svegliati dai rumori: rumore di onde, la barca picchiava e vibrava, gorgoglii. «Per prima cosa ho pensato che qualcuno ci avesse investito – racconta – sono corso fuori è ho visto l’acqua bianca di schiuma tutto attorno, e il profilo della terra, vicinissimo. Ho tentato di accendere il motore, ma non è partito. Ho gettato l’ancora, ma non serviva a nulla. Doveva essersi aperta una falda perché l’acqua arrivava ai paglioli. I bambini piangevano, le luci non funzionavano e non si vedeva nulla. Abbiamo messo in acqua il dinghy che era appeso sulle gruette e abbiamo raggiunto la spiaggia, duecento metri più in là. Era una notte calma, non c’era neppure molto vento». Robert ha perso la barca perché qualche cosa nella catena o nella cima del corpo morto si è rotto. Quando la barca si è staccata ha cominciato a derivare con la corrente. E le correnti, da quelle parti, sono forti, spesso superano i due nodi. E sempre le correnti, se capita che siano in direzione contraria all’onda lunga che arriva da Sud, possono arricciare le innocue onde oceaniche fino a farle ribollire in un modo impressionante. Così è bastato che la barca si spostasse di qualche centinaio di metri per trovarsi, nei pressi del capo roccioso che delimita la baia, in un guazzabuglio di onde alte un paio di metri che hanno sfasciato lo scafo in poche ore. Un incidente, questo, incredibile. L’analisi è semplice. I corpi morti possono essere sicuri o pericolosi, dipende dalle dimensioni della cima, della catena e dalla manutenzione più o meno regolare a cui vengono sottoposti. Fermarsi per due ore di giorno, col tempo buono e con qualcuno che resta di guardia è un conto. Attaccarsi di notte e andare a dormire è rischioso. Molto meglio dare fondo alla propria ancora. Anche se il fondo è cattivo. Se non altro il rumore dell’ancora che ara servirà a svegliare lo skipper, mentre un corpo mono che si rompe non fa rumore e si continua a dormire fino al momento dell’urto. ELISABETTA EORDEGH e CARLO AURIEMMA

Gen 012005
 

Quella che si vive sul mare, sotto una vela spinta dal vento, è una libertà quasi infinita. Dopo 15 anni non ci siamo ancora abituati ed è difficile vederne i limiti. Chi vive sulla terra, intorno, ha sempre lo stesso orizzonte. Ha sempre gli stessi vicini e respira sempre la stessa aria. Su una barca é diverso. L’orizzonte cambia ogni volta che lo si vuol far cambiare. Basta issare le vele e puntare verso il largo per trovarsi ogni volta di fronte alla libertà più bella e più grande di tutte: quella di scegliere una rotta tra le mille possibili che il mare mette a disposizione. E in fondo alla rotta c’é sempre un posto nuovo, un paese nuovo, nuova gente.

L’anno scorso siamo tornati alle Fiji. Erano passati 15 anni da quando, la prima volta, eravamo passati da lì, sul Vecchietto la vecchia mitica Alpa 11,50, durante il nostro primo giro del mondo. Ripassare dopo tanti anni in un luogo di cui si conservano bei ricordi, si dice, sia un errore. Tutto cambia e si rischia di scoprire che le cose che ci avevano fatto stare bene non ci sono più, che i luoghi sono diversi, che la gente è cambiata e via discorrendo. Così è con un po’ di ansia che ci siamo avvicinati all’arcipelago. In realtà, più che per quel che avremmo trovato o meno, l’ansia era dovuta al fatto che avevamo fatto la traversata dalle Vanuatu (500 miglia) navigando solo con il sestante. Il GPS si era rotto, avevamo fatto tutta la strada di bolina ed eravamo distrutti, stanchi morti e incerti. Il nostro punto era approssimativo, fatto solo due volte al giorno con i rilevamenti del sole e portato avanti con la stima ad occhio della velocità. Infatti se non funziona il GPS non si sa più nemmeno a che velocità si cammina, perché la famosa etichetta fuori scafo che un tempo si teneva accuratamente pulita, ormai da anni è un’inservibile incrostazione calcarea. E in più c’era vento forte e mare enorme.

Finalmente una mattina è comparsa, lontanissima, la terra e insieme è comparsa anche una nave, la prima in 10 giorni di navigazione, anche lei che saliva e scendeva tra le onde, che appariva e scompariva tra le creste. L’abbiamo chiamata con il VHF e abbiamo chiesto la posizione, perché, per avvicinarsi a terra a cercare il passaggio tra i reef che immette nelle acque interne dell’arcipelago, bisogna essere ben certi delle proprie coordinate. Sorpresa, il nostro punto artigianale era abbastanza giusto ed eravamo a 7 miglia dall’imbocco del passaggio.

Abbiamo chiesto se fosse normale tutto quel vento.

“Eh, summer monsoon”, è stata le risposta enigmatica, accompagnata da una risata. Vuol dire che quello che a noi sembrava proprio un gran vento, ad altri non sembrava tale. Questione di dimensioni, di altezza sull’acqua, di punti di vista e forse, di lunghezza di scafo. Così abbiamo fatto finta che quelle onde enormi non fossero tali, abbiamo puntato verso terra, imboccato la passe che conduce nelle acque interne dove il vento, come per incanto, è scomparso, fermato dalle vette dell’isola maggiore.

La prima cosa che colpisce, entrando, sono i colori: tinte pastello, bellissime, più intense di quanto ce le ricordassimo, con gli azzurri e i rosa della laguna così delicati e sfumati da sembrare acquerelli e i verdi e i gialli dei bassifondi corallini che con la loro tonalità dicono quanto sia profonda l’acqua e quanto ci si possa avvicinare, e i bianchi accecanti delle spiagge infinite ricoperte di palme. La seconda cosa che si nota, una volta scesi, è la gentilezza di una delle popolazioni più ospitali del mondo. La gente per la strada che saluta e dice Mbula, che vuol dire “benvenuto straniero”. La gente nei villaggi che ci ferma continuamente per chiederci chi siamo, da dove veniamo, cosa pensiamo delle Fiji, e tutti immancabilmente che ci invitano nella loro capanna, a bere il te fatto con le foglie dell’erba limoncina, o la kava, ottenuta con le radici tritate della Piper metisticumun. Insomma, un posto bellissimo. Allora? Tutto bene? Non è cambiato nulla? No è cambiato moltissimo. La capitale, Suva, un tempo una tranquilla e sonnacchiosa cittadina, ora è un posto rumoroso, con tanto di traffico, di inquinamento e di nascente delinquenza. Nelle isole fuori mano invece i modi della gente non sono cambiati, ma sono comparsi i primi segni di modernità. Le lamiere ondulate hanno preso il posto dei tetti di paglia e i bure tradizionali, fatti interamente di cocco sono scomparsi, sostituiti da orribili costruzioni grigie in mattoni di cemento. Per chi arriva in barca le cose sono cambiate ancora di più. Se quindici anni fa non c’era neanche un marina, oggi ce ne sono tre. Se allora per far carena non si poteva far altro che andare sullo scivolo dei pescatori di Suva, dove alaggio e varo erano operazioni rocambolesche che però costavano solo poche decine di dollari, oggi ci sono due cantieri, con tanto di travel lift, di shipchandler e di tariffe europee. Se quindici anni fa nell’arcipelago passavano 20 barche all’anno, oggi ne passano molte centinaia e gli ancoraggi più belli come la Blu Lagoon delle Yasawa, cominciano ad essere affollati, proprio come in Mediterraneo, con la differenza che qui le barche sono americane, australiane, neozelandesi, giapponesi. Per noi, che abbiamo scelto il lavoro di andare a cercare gli angoli più remoti e i luoghi più sperduti dove sopravvivono natura e tradizioni e di raccontare queste cose nei nostri libri e nei documentari, quelle baie affollate non erano più interessanti e quei marina perfetti e puliti dove la gente si ritrova la sera per il BBQ, la birra e i racconti di traversate eroiche, lo erano ancor meno. “Che facciamo?” “Mha, proviamo ad andare un po’ controvento” Alle Fiji controvento vuol dire Est, verso quella parte dell’arcipelago che si incontra per prima quando si viene dalle Tonga, ma dove nessuno si può fermare perché non si sono ancora espletate le procedure di entrata nel paese.Una volta arrivati alla capitale, o in uno degli altri porti doganali, e sbrigate le formalità, è difficile tornare verso quelle prime isole, perché, appunto, si dovrebbe navigare controvento e tutti preferiscono proseguire per le Yasawa, sottovento, altrettanto belle, ma più comode. “Va bene, proviamo verso Est” e già che c’eravamo abbiamo deciso di puntare verso l’isola più lontana, a 300 miglia dalla capitale, l’ultimo avamposto orientale dell’arcipelago.

Ci sono voluti 12 giorni, giocando a nascondino con il vento, passando sottovento alle isole quando riuscivamo, picchiando con il mare corto e con il vento in faccia quando eravamo costretti a farlo. L’ultima parte è stata la più dura: di nuovo in oceano aperto, con onde di due o tre metri, e il solito vento di bolina. Vento moderato, di 15-20 nodi, che però, se è contrario, sembra una piccola tempesta e ti fa rollare e faticare e star male, ma ormai eravamo quasi arrivati.

L’ultima isola dell’arcipelago, la nostra isola controvento, in realtà è un atollo. Una cintura ellittica di coralli con un’entrata sul lato occidentale e con un’unica parte di terra emergente piccola piccola sul lato orientale, dalla parte opposta all’entrata.

Alle 4 di notte il GPS, che nel frattempo è stato riparato, dice che siamo a 4 miglia. Fuori non si vede nulla. Ci mettiamo alla cappa, tra le solite onde che ci fanno rollare paurosamente, e aspettiamo. Arriva la luce rosata dell’alba. Arrivano il giallo del sole con il suo calore. Anche con il chiaro, però, non si avvista nulla. E’ normale. Non c’è terra su questo lato e la barriera si vede solo quando si è vicini. Riapriamo il fiocco, lo cazziamo, e riprendiamo la bolina, sempre verso Est. Dopo neanche un’ora appaiono i frangenti. Sono diversi dalle solite creste bianche che si vedono qua e là a screziare il blu che ci circonda e che si formano quando la cresta di un cavallone diventa troppo ripida e instabile. Questi sono meno irregolari. Appaiono e scompaiono ma si formano sempre sullo stesso posto, sono messi in linea e rivelano la presenza dell’ostacolo nascosto della barriera. Ancora mezzora ed ecco una interruzione netta nel bianco dei frangenti, una specie di porta, di corridoio, un passaggio dove il mare rimane blu. Avanziamo. Il sole, sorto da due ore, è ancora basso e siccome procediamo per Est ci si vede male. L’entrata però è larga un quarto di miglio e sorprendentemente facile. La imbocchiamo e in due minuti il mondo cambia: l’acqua diventa azzurra, il fondo da migliaia di metri che era risale a 35 e quel che più conta, le onde da 3 metri diventano ondulazioni gentili. Intorno a noi c’è sempre oceano a perdita d’occhio, ma dentro la laguna è come essere in un lago.

Il nostro atollo è lungo venticinque miglia, e largo sei o sette. E’ così grande che potrebbe contenere l’intera isola d’Elba. L’isola, sul bordo orientale, non è ancora in vista, e continuiamo a navigare, sempre verso est, sempre contro lo stesso aliseo da 15-20 nodi, ma farlo senza onde è persino divertente. Facciamo bordi che durano poco più di un’ora, prima per Nord Est finché non avvistiamo i frangenti che formano il limite nord dell’atollo, poi verso Sud Est finché non compare il bordo meridionale e così via. Sul plotter le spezzate della nostra bolina si allineano precise e dritte come gli zig zag di una macchina da cucire. Fa caldo, è divertente, e la barca corre veloce. Dopo 6 bordi appare l’isoletta. Dopo altri tre, a metà pomeriggio, il fondo risale, l’azzurro si intensifica, i banchi isolati di corallo a cui si deve sempre stare attenti quando si naviga in un atollo diventano più fitti. Ammainiamo e continuiamo a motore, piano piano, prima su 10 metri, poi otto, poi sei. Dobbiamo anche tener conto della marea che ha un’escursione di tre metri. Come sarà adesso? Alta o bassa? A un miglio da terra il fondo è 5 metri e il corallo in giro è semplicemente troppo. Ancoriamo, anche se siamo così lontani che non si vede neppure se l’isola sia abitata o no, e per scendere a terra ci vorrà mezzora di gommone, pazienza.

Ed è stato così che per gioco, senza saperlo, siamo arrivati in una specie di paradiso. Un’isola bellissima, incontaminata, dove vivono solo 4 persone che non vedono mai nessuno. Qui, su quest’atollo, non arrivano ne navi ne traghetti. Negli ultimi 10 anni, ci raccontano gli abitanti, è passata un’unica barca a vela e solo un paio di volte l’anno, nel periodo delle calme invernali, qualche pescatore coraggioso si spinge fin qui dalle Fiji attirato dalla incredibile abbondanza di pesci della laguna.

L’isola è lunga 5 chilometri e larga qualche centinaio di metri. I suoi abitanti vivono in una radura proprio al centro. Per il resto solo spiagge senza orme, terra coperta di cocchi e piante aggrovigliate, lagune piene di coralli e di pesci, scogli corallini abitati da milioni di granchi e di murene. Ci sono anche due isolette piccole che chi ha disegnato la carta non si è curato di riportare. Sono letteralmente coperte di uccelli, di sule, di fregate, di sterne che vengono a depositare le uova e a covarle e che non fuggono quando ci avviciniamo con la telecamera. Ci sono pipistrelli giganti con le ali larghe un metro e ci sono persino i granchi del cocco che altrove sono scomparsi perché troppo appetitosi e troppo facili da catturare. Qui tutto è intatto, incontaminato, primordiale. Così su questa isola abbiamo girato le immagini di uno dei più bei documentari che abbiamo prodotto, con protagonisti l’isola, i suoi abitanti e i suoi animali.

Beh, non era proprio solo paradiso. C’era anche qualche inconveniente, come i milioni di zanzare che a terra, attive anche di giorno, si sono rivelate indifferenti a tutti i nostri repellenti. L’unico modo di evitarle era quello di stare immersi nell’acqua fino al collo o di stare immersi nel fumo delle scorze di cocco, che gli abitanti accendevano intorno alle capanne per tenerle lontane, ma così si restava intossicati. In barca si stava bene, tranne che con l’alta marea, quando, per qualche ora, l’onda oceanica riusciva a superare l’ostacolo della barriera ed entrava in laguna facendoci rollare come fossimo in navigazione. Ma questi disagi, in fondo, sono un costo accettabile, una fatica che si fa volentieri, come quella di andare controvento.

Il nostro racconto finisce qui. Dite che ci siamo dimenticati qualcosa? Il nome dell’atollo? No, non ce lo siamo dimenticati. Non lo abbiamo detto di proposito. Negli ultimi anni ci è capitato di notare che, una piccola informazione su un posto, può scatenare un fenomeno a valanga, che riversa sul luogo una numero di barche tali, da stravolgerlo. Un esempio? Nella baia di Port Resolution, alle Vanuatu, si poteva accedere solo dopo aver fatto l’entrata ufficiale dall’altra parte dell’isola, in un porto impossibile, senza ancoraggio e senza riparo. Quando si seppe, perché una barca diffuse la notizia per radio, che si potevano pagare gli ufficiali e farli venire con il fuoristrada fino a Port Resolution per sbrigare lì le pratiche, molte barche cominciarono a fermarsi. Ora è istituzione che la pattuglia arrivi una volta la settimana. Morale, in una baia dove si vedevano non più di una dozzina di barche l’anno, lo scorso agosto ce ne erano venti contemporaneamente, con gommoni da quaranta cavalli che schizzavano su e giù tra le canoe dei nativi, con i BBQ organizzati sulla spiaggia, e con le mamme americane che spiegavano alle maestre della scuola come far giocare i bambini e altre amenità del genere. La cosa peggiore, e noi l’abbiamo vista con i nostri occhi, è stato quando, l’equipaggio di due barche (tacciamo la nazionalità) hanno fatto un accordo per farsi cucinare un pasto a terra. In cambio hanno portato una bottiglia di rum. Il giorno seguente, uno dei due cuochi, un ragazzo di 25 anni, gentile e disponibilissimo, ha picchiato la madre. Con tutte le conseguenze che un episodio del genere si porta dietro, in una società dove la famiglia è il centro della vita!!

Ci spiacerebbe pensare a una situazione simile nel nostro atollo figiano. Il nome non ve lo diciamo, ma se qualcuno di voi ci vuole andare, lo cerchi attentamente, a Nord Est, e ancora più a Est, sulla carta delle Fiji.

Gen 012003
 

“Noi siamo Jon Frum, da 50 anni stiamo aspettando che lui ritorni. Sono tanti 50 anni? Voi il vostro Messia lo avete aspettato molto di più. ”

In questi termini disarmanti Gedeon, il vecchio pastore dal barbone bianco ci espone il credo: suo, del villaggio e di quasi tutta l’isola di Tanna. Essere Jon Frum vuol dire fare parte di un movimento religioso nato qui alle Vanuatu quando gli americani arrivarono durante la seconda guerra mondiale, sconvolgendo non poco la vita degli isolani. Alcune città sorsero dal nulla come basi per i soldati, gli indigeni si spostarono, chi di propria volontà chi un po’ meno, da un’isola all’altra per fornire manovalanza agli americani, ma soprattutto, per la prima volta, gli abitanti delle Vanuatu videro aerei, auto, carri armati e tutto quelle incredibili meraviglie connesse con la civiltà venuta da lontano.

Ma quello che scoprirono fu anche un mondo, quello degli americani, dove bianchi e negri sembravano avere gli stessi diritti e venivano trattati nello stesso modo.

“Fino a quel momento noi avevamo subito ogni tipo di privazione e di sopruso da parte dei missionari e dei colonizzatori e un mondo in cui i bianchi avevano tutto e i negri non avevano nulla ci sembrava quasi naturale. Ma quei negri americani, venuti con le navi, avevano le stesse cose che avevano i bianchi. E venivano tutti trattati allo stesso modo. Fù allora che Jon Frum apparve ai nostri anziani e spiegò che per noi c’era anche la speranza di un mondo migliore.”

Nessuno conosce con certezza l’origine del movimento Jon Frum. Forse un soldato americano, che si chiamava John, in qualche occasione particolare si distinse per la sua generosità e per la sua disponibilità nei confronti dei locali e venne così idealizzato come simbolo di quella società egalitaria; fatto sta che, quando alla fine della guerra, gli americani se ne andarono, gli indigeni delle Vanuatu si disposero ad attendere il ritorno di tutto quello che avevano solo intravisto. Inventarono un credo e iniziarono a praticare un culto volto a tenere i contatti con Jon, al quale aggiunsero il cognome di Frum (forse una contrazione di from America, o lo storpiamento di Brown) e che presto o tardi, di questo sono certissimi, tornerà.

Così, tutti i venerdì notte, nei villaggi di Tanna, i seguaci di Jon Frum si riuniscono a ballare e suonare le chitarre, sotto una bandiera a stelle e strisce che garrisce sopra le loro capanne. E questa strana religione è solo una tra le tante cose incredibili che abbiamo incontrato alle Vanuatu.

Sapevamo che le Vanuatu sono uno dei posti più selvaggi e più interessanti dell’oceano Pacifico. Avevamo sentito raccontare di villaggi, sulle montagne, ancora isolati, avevamo letto di strane religioni, di vulcani attivi e infuriati, di giungle impenetrabili, ma per anni le avevamo evitate perché sono uno dei posti al mondo più infestati dalla malaria. Poi, un giorno, ha prevalso la curiosità. Ci siamo procurati tanto tulle per mettere le zanzariere agli oblò della barca, abbiamo fatto scorta di medicinali per curare la malattia e abbiamo alzato le vele per lasciare l’Australia con la prua diretta a Est.

La distanza tra le Vanuatu e l’Australia è enorme, oltre 1000 miglia e per coprirla ci vogliono dagli 8 ai 10 giorni di navigazione ininterrotta. Noi troviamo vento contrario e tempo cattivo, e solo dopo 14 giorni e 14 notti passati a combattere contro il mare infuriato, scorgiamo la sagoma scura di Tanna che interrompe la striscia uniforme dell’orizzonte e a quel punto non è più solo l’avvistamento della terra, ma è come una promessa di pace e di quiete, di quel calore che a volte solo la terra sa dare.

Ci avviciniamo piano, in cerca di quella indentazione nella costa che dovrebbe contenere Lenakel, il porto principale dell’isola. A tre miglia da terra, però, siamo ancora sballottati da onde enormi, nè più nè meno che in mare aperto, mentre la riva alta e scura non lascia intravedere nessun segno umano. Ci consumiamo gli occhi a scrutare, ma davanti a noi ci sono solo montagne, alberi e giungla. Solo quando siamo a poche centinaia di metri da terra, scorgiamo un molo diroccato, e una cinquantina di case in muratura annidate in una nicchia tra le colline. Lenakel, la capitale dell’Isola e del distretto meridionale delle Vanuatu, è tutta lì, in quelle 50 case dall’aspetto dimesso. Noi dovremmo fermarci e scendere per le pratiche doganali e per timbrare i passaporti, ma il molo è avvolto da frangenti poderosi e tutta la costa sia a nord che a sud è battuta da cavalloni enormi. Non possiamo far altro che raccogliere le ultime energie, issare le vele e cominciare a circumnavigare Tanna, in cerca di un ridosso qualunque per poterci fermare.

Le 13 isole che formano l’arcipelago delle Vanuatu sono tutte così. Montagne selvagge e scure che si buttano a picco in un mare difficile e senza ridossi, cime incappucciate dal vapore, nere spiagge vulcaniche, alberi che scendono compatti fino al confine tra la terra e le onde. Se si fa eccezione per la capitale, Port Villa e per un paio di paesotti nelle isole più settentrionali, qui non sono ancora nate le città, non ci sono porti e gli abitanti vivono sparpagliati, dentro case di foglie, in villaggetti nascosti dalla giungla.

Fu James Cook, nel corso del suo secondo viaggio di esplorazione del Pacifico, ad avvistare per primo l’isola di Tanna nel 1774. Anche lui, come noi, rinunciò ad attraccare sulla costa occidentale, fece il giro dell’isola e scoprì dall’altra parte una bella baia riparata. Entrò e la chiamò Port Resolution, con il nome della sua nave, e battezzò l’arcipelago Nuove Ebridi, perché con il loro aspetto cupo ricordavano quelle terre fredde al largo della Scozia. Il giorno dopo l’avvistamento di Lenakel e poco meno di tre secoli dopo Cook anche noi buttiamo l’ancora a Port Resolution.

I suoi resoconti parlano di una grande ansa, con spiagge nere, alberi con molti tronchi e sorgenti d’acqua bollente. Quel che vediamo noi è uno specchio di acqua immobile che lambisce spiagge di sabbia scurissime, una foresta con enormi baniani (erano quelli gli alberi dai molti tronchi) che arriva fino al mare e una serie di ruscelli fumanti che si gettano in acqua dalla riva adiacente il vulcano Yasur. Scendiamo a terra e scopriamo che la baia è disabitata. Ci sono dei sentieri però, che sembrano abbastanza battuti e li seguiamo fin dentro la foresta e poi verso il pianoro sovrastante. Dopo dieci minuti sbuchiamo in uno spiazzo verdissimo, circondato da un cerchio di capanne costruite con tronchi e frasche, con le noci di cocco ammonticchiate davanti agli ingressi e cespugli fioriti piantati tutto attorno. Non c’è nulla che sia metallo o plastica, non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti e le sole macchie nel verde del tappeto erboso, sono i fiori caduti dagli alberi.

Gli abitanti sono tutti lì ad attenderci. Ci hanno visti arrivare da lontano e invece che venire ad accalcarsi sulla spiaggia, hanno deciso di aspettarci nel villaggio.

“Volete vedere il vulcano?” sono le prime parole che ci rivolgono.

Il vulcano Yasur per gli abitanti di Tanna è una specie di Dio. Secondo la leggenda è verso di lui che si incamminano gli spiriti delle persone appena trapassate e le pietre infuocate che escono dal suo cratere sono le spie del suo umore mutevole. Se fossimo in Italia o in Europa l’ascesa a un vulcano come questo, sempre attivo ed estremamente imprevedibile, sarebbe vietata o comunque regolamentata da sbarramenti e transenne. Qui non ci sono leggi, al di là dei tabù del villaggio, e possiamo arrivare in alto, sopra il cratere, a poche decine di metri dalle bocche eruttive, fino a vedere il magma fumare sotto di noi.

All’improvviso siamo investiti da una raffica violenta, che arriva da dietro e spinge verso il cratere: è il vulcano che inspira aria per rilasciarla subito sotto forma di una nuvola bianca di vapore acqueo. Poi una nube nera e un’esplosione spaventosa seguita dal lancio di pietre infuocate, che dopo un volo di qualche centinaio di metri vengono a cadere con un tonfo sulle pendici del cratere. E’ il ciclo del vulcano Yasur, un ciclo che si ripete in continuazione, da secoli, con un intervallo di 15-20 minuti. Quando il sole tramonta lo spettacolo è ancora più suggestivo. Le pietre incandescenti si alzano nel cielo simili a rosse meteore e sembrano volerci cadere addosso.

“Il vento porta le pietre dall’altro lato, non dovete aver paura ” La nostra guida è tranquilla, capisce, non si sa da quale segnale, che oggi lo spirito del vulcano è bonario. I botti però sono spaventosi ed è pura fede quella che ci impedisce di correre a gambe levate lungo la china del cratere, quando volano i massi infuocati.

Dall’altra parte del vulcano, sul lato sud ovest di Tanna, si trova il villaggio di Yakel. Qui gli abitanti si vestono ancora con le fibre vegetali: le donne hanno gonne gonfie e sovrapposte confezionate con foglie di pandano fatte seccare e tagliate a striscioline, gli uomini portano il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una spanna intorno all’inguine, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci. I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa. Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il samba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello. Con l’aiuto di un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”, ci spiega.

Ttutti i maschi del villaggio si sono radunati per noi. Tutti indossano il namba con la frangetta di paglia che scende sul davanti. Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012002
 
Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La raccolta delle uova di megapode

 Siamo arrivati ieri qui, sulla costa occidentale dell’isola di Ambrin, alle Vanuatu. Un’isola nera, vulcanica, con al centro un vulcano attivo, lontano da qui un paio di giorni di cammino. Ci sono sulla spiaggia segni che testimoniano la sua presenza lontana. La spiaggia è nera come il carbone, e camminando sulla sabbia, il nero rimane attaccato alla pelle e ci vuole l’acqua e il sapone per mandarlo via. C’è odore di zolfo a terra, e su un lato della baia ci sono pozze d’acqua calda e dolce, alimentate da sottoterra. La temperatura nelle pozze diminuisce con l’avvicinarsi al mare, così ci si può immergere nell’ultima oramai tiepida e buttarsi poi nell’acqua salata per sentirla quasi gelida.

Passiamo metà mattina da una pozza, al mare a un’altra pozza, per vedere fino a che  distanza dalla riva riusciamo ad arrivare.

Verso metà mattina arriva una canoa con una piccola veletta, che si viene a fermare sulla battigia dove siamo noi. A bordo due ragazzi, armati solo di maglietta e pantaloncini.

Vengono dal villaggio vicino.

“We came here to collect eggs!” spiegano

“Uova?!”

“Si di megapode”

Mai viste prima delle uova di megapode, e senza quasi chiedere il permesso  ci mettiamo a seguire Robert e Daniel che si incamminano tra le montagnette coperte di arbusti che si trovano a una delle estremità della baia.

Il megapode è un uccello molto simile a una grossa faraona, con le zampe corte e i piedi piuttosto sviluppati. E’ molto diffuso nella fascia equatoriale dell’indo-pacifico, infatti già anni fa ne avevamo visti alcuni esemplari nell’arcipelago di Komodo in Indonesia.

Uova di megapode - Vanuatu

Uova di megapode – Vanuatu

La sua caratteristica principale è quella di deporre le uova in buche profonde,  protette e difficili da raggiungere e poi riempire il nido con tanto materiale organico, così tanto da non permettere che ci sia passaggio d’aria. In questo modo il materiale organico fermenta e sviluppa calore. E questo calore cova le uova in vece della madre. I pulcini che nascono, hanno un dito molto più lungo degli altri che permette loro di scavarsi una galleria e uscire all’aperto.

“I megapodi depongono le uova sotto le radici di questi arbusti” ci spiega Daniel, mentre Robert, si ferma alla base di ogni pianta e tasta il terreno per vedere se la terra è stata in qualche modo rimossa.

Dopo un paio di tastate decide che lì sotto c’è un nido. Comincia allora a scavare la terra nerissima e polverosa che in breve lo ricopre e lo rende simile a uno spazzacamino. Lo vediamo sparire sottoterra, e dirigersi verso il basso, nuotando nella polvere. Poi solo le sue gambe restano fuori dalla voragine che ha aperto. Ma dopo poco riemerge tutto coperto di nero a mani vuote.

“Already gone!” borbotta dirigendosi ai cespugli successivi.

Cerchiano di farci spiegare come fa a capire tutte queste cose.

“Seguo il calore. Le uova sono proprio nel punto più caldo del nido, e se quando arrivo lì non ci sono vuol dire che qualcuno le ha già prese o i pulcini sono usciti!”

“Eh, semplice!”

Ma eccolo che ha trovato un altro nido. Questa volta sembra più grosso, perché toglie enormi manate di terra, aiutato anche da Daniel, mettendo a repentaglio la stabilità di tutto l’arbusto. Lo vediamo sparire inghiottito dalla terra. Daniel lo segue un po’, poi li sentiamo parlottare e urlare, fino a che, in un veloce passamano, non vediamo arrivare una mezza dozzina di uova.

Sono uova ellittiche, lunghe una decina di centimetri, con il guscio bianchissimo.

I ragazzi sembrano soddisfatti e impacchettano le uova a una a una dentro più strati di foglie e a ognuna fanno un cordoncino così da poterle trasportare senza che si rompano cozzando fra di loro.

La raccolta, non è finita. Continuano per un’altra oretta, tastando le radici, indovinando il buco, spalando, scavando, nuotando scomparendo nella terra e tornando ricoperti di nero.

Alla fine le uova sono una trentina. Loro sono soddisfatti (finalmente!) e decidono che si può ritornare.

Gli chiedo cosa se ne faranno: naturalmente le portano alla loro madre!

Ma dopo averli sistemati con cura sul fondo della canoa, ne prendono quattro e si avviano verso la pozza d’acqua più lontana dal mare. È una pozza grande più o meno come un lavandino, con il fumo che sale e dove noi non siamo riusciti a infilare nemmeno un dito.

C’è un uovo per uno. Le mettiamo nella pozza tenendole per il picciolo della foglia che le impacchetta.

“5 minutes is enough” ci dicono gli esperti.

E così cinque minuti dopo tiriamo fuori i nostri cartoccini, togliamo le foglie cercando di non scottarci le dita e, rotto un guscio piuttosto tenace, ci troviamo di fronte a un uovo sodo, con l’albume molto ridotto e un tuorlo quasi rosso.

Buono, peccato che nel mio si veda la sagoma del pulcino già formata!

Gen 012002
 
Un vecchio alla deriva - Vanuatu

Un vecchio alla deriva – Vanuatu

Vecchio solitario

 Siamo arrivati a ridosso dell’isola che era tardi. Giusto il tempo di avvicinarsi cautamente alla costa, di gettare l’ancora, di assicurarsi che tenesse ed era già buio, con il profilo della montagna alto davanti a noi che si stagliava netto contro il cielo profondo, pieno di stelle e di vento. Nonostante fossimo sottovento, nonostante la montagna fosse piuttosto alta, una delle più alte delle Vanuatu, il vento in qualche modo riusciva a superarne la vetta e ci rotolava addosso in raffiche bizzarre e violentissime. Sotto le manate del vento le nostre drizze ululavano, gli alberi tremavano e le vibrazioni si trasmettevano allo scafo che tremava tutto, mettendoci addosso, ogni volta, un senso di disagio e di incertezza. Tra un rafficone e l’altro c’erano attimi di silenzio improvviso e totale, che forse per il contrasto esagerato col rumore del vento, parevano ancora più minacciosi. Per quello eravamo andati ad ancorare molto vicino a terra, avevamo appennellato una seconda ancora e, ogni tanto, la notte, uscivamo a controllare. E così, uscendo per uno dei controlli, verso le dieci di sera ci siamo accorti che l’unica altra barca ancorata come noi dietro l’isola, stava andando alla deriva. La sua lucina bianca di fonda, che prima era a fianco a noi, ora si era spostata dietro, verso il largo e oscillava sempre più, con l’aumentare delle onde, man mano che la barca si allontanava.

“Chi sa chi sono. Possibile che non si siano accorti? Andiamo ad aiutarli?” ci siamo chiesti. Si, aiutarli, ma come? Non potevamo certo togliere l’ancora e rincorrere nella notte una barca sconosciuta in mare aperto. E poi? quando li avessimo raggiunti? Come avremmo fatto ad aiutarli? E non potevamo neppure lasciare lì la barca e raggiungerli con il gommone. Le raffiche erano sempre pazzesche e il nostro gommone, con il suo quattro cavalli, faceva ridere confronto a quel vento.

“Dai, non ti preoccupare, si accorgeranno di essere alla deriva, accenderanno i motore e si riporteranno sotto”

Infatti qualche decina di minuti più tardi la lucina bianca parve animarsi. Cominciò con lo spostarsi lentamente verso destra,  poi dopo un pò, a sinistra, poi ancora a destra, e ogni volta diventava un tantino più luminosa.

“Che bravi”, ci siamo detti, “risalgono di bolina contro questo vento, senza usare il motore”. Lentamente si sono avvicinati e quando la lucina si è fermata a qualche centinaio di metri da noi ci siamo messi il cuore in pace e siamo tornati a dormire.

Un vecchio alla deriva - Vanuatu

Un vecchio alla deriva – Vanuatu

Ma alle due di notte la lucina era di nuovo in mezzo al mare, debole debole e lontana, e di lì a poco ricominciavano i suoi faticosi zig zag di ritorno, esattamente come prima. All’alba abbiamo scoperto che la barca era tornata di nuovo vicino a terra. Vicinissima però! Con il binocolo abbiamo visto lo scafo perso nell’acqua bassa, tra una moltitudine di scogli piatti che spuntavano tutto attorno e c’erano una miriade di figurine nere (tutti gli abitanti del villaggio, probabilmente)  che si davano per aiutare un unica figurina bianca a tirare, a spingere, a fare cose che non capivamo, per riportarla probabilmente in acqua fonda. Il tempo di mettere in mare il gommone e tutto era risolto. La barca sfortunata era di nuovo galleggiante, a un centinaio di metri dalla riva. Uno scafo bianco, di una decina di metri, in  vetroresina, con randa e fiocco avvolgibile. A bordo un solo uomo, molto vecchio, arzillo e sorridente. Ci ha invitati a salire e ha cominciato a raccontarci quello che era successo durante la notte e che i nostri occhi avevano già visto. Dell’ancora che arava, del fatto che se ne era accorto quando ormai era al largo, che non era riuscito ad accendere il motore ed era rientrato a vela, che aveva arato di nuovo, e che poi era andato troppo vicino a terra per ritrovarsi alla fine incastrato tra gli scogli, e che i locali a forza di braccia erano riusciti a tirarlo fuori.

“Ma come mai la vostra ancora tiene e la mia no?” ha chiesto, quasi come se parlasse da solo. Abbiamo scoperto che aveva un’ancora leggerissima, troppo leggera per quella barca, e che per giunta aveva solo una ventina di metri di catena. Con quel vento, su di un fondale di 8 metri, non c’era da stupirsi che non tenesse.

“Si ma non posso usare un’ancora più pesante, il salpaancore è rotto, devo salpare a mano a mano ed ho male alla schiena” Il vecchio era neozelandese. Erano anni che navigava da solo, ma negli ultimi tempi un po’ troppe cose avevano cominciato ad andargli storte: il motore si accendeva qualche volta si e qualche volta no, il frigorifero non funzionava più, l’impianto elettrico era malmesso e per ricaricare le batterie si serviva di un generatore portatile d’emergenza.  Il vecchietto però raccontava queste cose sorridendo, come fossero dettagli di poca importanza. Aveva gli occhi azzurri che guardavano lontano mentre diceva che nei giorni successivi avrebbe scalato l’isola fino ad arrivare in vetta della montagna, e che si sarebbe poi spostato con la barca fino sull’isola maggiore, quella di Santo, dove voleva fare delle immersioni in un sito subacqueo famoso. Mentre raccontava eravamo seduti in quadrato. L’interno della sua barca era invaso da un odore di marciune (il frigorifero rotto, forse) e da una  moltitudine di ragazzetti del villaggio che andavano qua e la, che curiosavano negli stipetti e mettevano le mani dappertutto, senza che lui ne sembrasse infastidito.

“Allora non hai bisogno di nulla?” gli abbiamo chiesto, un po’ ipocritamente, al momento di andarcene.

“No, grazie, adesso è tutto a posto” ha risposto.

Invece aveva bisogno e come. Era evidente che quell’uomo era davvero un po’ troppo vecchio per portare da solo una barca. Ma cosa avremmo potuto fare? Come avremmo potuto metterci a riparare il suo motore senza ricambi, senza conoscere il modello e senza saperlo fare? Avremmo dovuto tentare di riparargli il frigorifero? E per il salpaancore cosa potevamo fare? Eravamo persi, noi e lui,  in un’isola delle Vanuatu, uno dei posti più selvaggi del mondo. Ma il problema vero non era neanche questo. La verità è che quel vecchio si stava forse accingendo a varcare quel confine ignoto che attende tutti noi alla fine del cammino. Lui aveva deciso di attraversarlo sulla sua barca, da solo, in un luogo lontano. Sorridendo. E noi, che diritto vevamo di metterci in mezzo?

Così abbiamo deicso di proseguire, lui sulla sua rotta, noi sulla nostra.

Dopo due mesi, per radio, abbiamo sentito la segnalazione di una richiesta urgente di soccorso per una barca a vela neozelandese che aveva perso l’albero e andava alla deiva, a 400 miglia dalle Vanuatu. A bordo un solitario.

Gen 012002
 
Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

La festa con il lap lap, oggi a Port Resolution c’è una festa per presentare al villaggio un bambino nato un mese fa. Alle Vanuatu ogni momento della vita di una persona: la nascita, la presentazione al villaggio, la circoncisione, la pubertà, la partenza, il matrimonio, il ritorno e si potrebbe continuare ancora, è segnato da una festa, speciale e  diversa, l’una dall’altra. Il cibo che sancisce queste feste è però uno solo: il lap lap, il piatto tradizionale per eccellenza delle isole. Forse chiamarlo piatto è un po’ pretenzioso, si tratta comunque, per gli isolani di una delle maggiori leccornie.

La preparazione del lap lap richiede molto tempo. Le donne del villaggio si radunano poco dopo il sorgere del sole per cominciare il lungo procedimento. Con la scusa di imparare, ma anche di fare un po’ di riprese, anche noi all’alba siamo già a terra, con Naomi che ci fa da guida e ci spiega le varie fasi della lavorazione.

Per prima cosa si sbucciano una montagna di yam, cassawa, patate dolci e banane. Mano a mano che sono sbucciate vengono portate in una capanna dove una decina di donne è addetta a grattugiarle. Detto così potrebbe sembrare banale, ma la cosa è molto più sofisticata. Infatti, per ogni tipo di radice, si usa una grattugia diversa. Lo yam e la cassawa, più duri, sono grattugiate con grattugie fabbricate con pezzi di lamiera forata e ritorta e poi montata su telai di legno. La parte ritorta della lamiera è più o meno lunga a seconda che si tratti di cassawa, più coriacea o di yam, più tenero. Le patate dolci vengono invece passate sulla parte centrale delle foglie di palma che si trovano alla base delle noci in cima ai cocchi. Infine per le banane, le più tenere di tutte, si usano due radici aeree della felce arborea, piene di piccoli spunzoni, messe a forma di V lungo le quali di raschiano i frutti.

Provo a cimentarmi con un po’ di grattugie, con Naomi continua a dirmi di stare attenta. Mi sembra una precauzione inutile, fino a che non vedo fino a che minimi termini lei grattugia il suo pezzo di cassawa rispetto a me e quando tento di imitarla cozzo contro i pezzi acuminati di lamiera.

Meglio lasciar stare e uscire per fare un po’ di foto. Curioso nei dintorni e mi imbatto in donne che vanno e vengono dalla foresta portando fasci di foglie di banano, che privano della nervatura centrale e dispongono sul prato. Altre donne invece sono intente a ricavare delle specie di stringhe o legacci dalle radici del pandano.

In un luogo un po’ in disparte gli uomini hanno preparato una pira di legno, sopra la quale accatastano una montagna di piccoli massi di corallo, poi ricoprono con rami di palma e danno fuoco al tutto. Lingue di fuoco si sprigionano dalla catasta e si propagano alle foglie di palma, avvolgendo tutta la pira nel fumo grigio.

Una volta acceso il fuoco gli stessi uomini si mettono a grattare una montagna di noci di cocco tagliate a metà e poi strizzano la poltiglia ottenuta e ne ricavano il latte di cocco bianco e cremoso.

Mi aggiro tra la gente per fare qualche foto, calpestando bucce di banana e inciampando in gusci di cocco e galline razzolanti e travolgendo bambini minuscoli che si disputano con i polli le bucce di banana e gli scarti.del cocco. D’improvviso arriva un urlo disumano. Non riesco a capire subito, ma poi vedo il maiale nero, che fino a poco prima era in un angolo dietro una capanna con le zampe legate,  immobile su un letto di foglie di palma. E’ stato abbattuto con il metodo tradizionale, custom come mi dice Naomi: un colpo di mazza sulla testa, un urlo che sembra umano, poi un’altra botta, qualche lamento e tutto è finito e non una goccia di sangue è andata persa!

Non ho il tempo di dispiacermi per il maiale né di schifarmi perché Naomi mi chiama. E’ arrivato il momento di iniziare a preparare i lap lap.

Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

Le pappette ricavate dalle varie radici grattugiate, mischiate con il latte di cocco sono portate all’aperto in catini di latta. Le donne ne prendono a manate e le dispongono sulle foglie di banana, formando dei perfetti rettangoli. Poi sopra queste schiacciate si mettono dei pezzettini minuscoli di carne  oppure delle foglie non meglio identificate. Su quelle fatte con la polpa di banana non si mette niente, si useranno come dolci. E in nostro onore Naomi confeziona anche un piccolo lap lap dove, oltre ai pezzetti di carne cosparge anche del sale. Quando le farciture sono pronte, le foglie di banano vengono ripiegate formando così dei pacchetti perfettamente verdi e piatti che si chiudono con le stringhe ricavate dalle radici del pandano.

“Ecco abbiamo finito, ora dobbiamo solo cuocerlo”

Solo cuocerlo vuol dire che quando nella pira la legna si è esaurita del tutto, i sassi arroventati vanno spianati con l’aiuto di bastoni. Su quelli centrali si portano i lap lap appena confezionati, che poi vanno ricoperti con altri sassi. La gestione del fuoco fino a questo momento era spettata agli uomini, ma ora prendono il sopravvento le donne, che aiutandosi con le scorze delle noci di cocco spostano i massi incandescenti e li piazzano sopra e sotto i lap lap. Poi, una volta ricoperti i lap lap, sopra le pietre si adagiano i pezzi di maiale macellati, poi uno strato di foglie di banana, poi una montagna di tuberi spellati, e ancora foglie di banana, vecchie foglie di palma intrecciate, dei sacchi e infine si ricopre tutto con la terra. Ora il cibo si cuocerà grazie al calore dei sassi, che resterà per lungo tempo imprigionato all’interno di quella specie di forno primitivo.

Ci vuole tutto il giorno prima che il cibo sia pronto e durante questo tempo nessuno, tranne qualche bambino, mangia alcunché. Quando è quasi il tramonto gli uomini cominciano a scoperchiare piano piano la catasta che manda ancora qualche timida nuvoletta di fumo. Si tolgono i pezzi di maiale, i tuberi e finalmente appaiono i pacchetti di foglie di banana con all’interno i tanto attesi lap lap. Le foglie sono oramai marroni e carbonizzate, ma una volta aperte il cibo all’interno sembra sodo e sugoso. Le donne dispongono queste specie di torte su foglie di banano fresche e cominciano a tagliarle in pezzi. Si deve distribuire qualcosa a tutti: per prime ci sono le levatrici che hanno fatto nascere il bambino, poi le donne che hanno aiutato a preparare, poi i parenti, i padrini del bambino, via via fino all’ultima delle 123 anime che abitano a Port Resolution.

E noi naturalmente che siamo gli ospiti di riguardo, abbiamo il nostro lap lap personale, quello che Naomi si è preoccupata di insaporire con il sale. L’aspetto è invitante, una specie di budino, con una crosticina dorata e croccante tutta intorno. E il gusto? Bhe quello e tutta un’altra cosa!

Gen 012002
 
Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

La spiaggia di Ambrin non cessa di riservarci sorprese! Dopo le pozze calde, la caccia al maiale selvatico, la raccolta delle uova di megapode, oggi la sorpresa viene dal mare!

Stavamo nuotando con la maschera intorno alla barca in cerca di qualcosa da fotografare. L’acqua è limpidissima tanto da poter distinguere le pietruzze che compongono il fondo nero a 5 metri di profondità.

All’improvviso alla mia sinistra ho scorto una macchia bianca, una cosa che stava scendendo dalla superficie ed è arrivata giù giù fino a distendersi sul fondale e incominciare a sondarlo lentamente con la punta del naso.

Un dugongo!!

Da quando siamo partiti dall’Italia abbiamo sempre cercato di incontrarne uno: in Mar Rosso, lungo la costa dell’Africa, in Tailandia, in Indonesia. C’era sempre qualcuno che ci diceva che si che ne aveva visti, che se ne vedevano spesso. Ma noi mai. Addirittura in Papua Nuova Guinea sulle bancarelle del mercato vendevano grasso di dugongo (o per lo meno così avevamo capito) ma mai una volta che ci fosse capitato di vederne uno, anche da lontano, quando vengono in superficie a respirare.

Il dugongo è un mammifero marino, della famiglia delle Sirenidi e viene anche chiamato vacca di mare o lamantino.

Sapevamo che alle Vanuatu ce ne erano. Addirittura a Port Resolution ce ne era uno stanziale nella baia, che gli abitanti del villaggio chiamavano da riva battendo le mani sull’acqua. Ma era morto qualche anno prima, e a noi era toccata solo la visione delle sue ossa composte in una specie di tomba sulla spiaggia!

Ma qui, invece lo abbiamo a pochi metri, inaspettatamente, all’improvviso.

Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

Piano piano nuotiamo nella sua direzione, muovendo pochissimo le pinne, fino ad arrivare esattamente sopra di lui. Ha una specie di proboscide sulla parte anteriore del muso con la quale sembra annusi il terreno, ma evidentemente bruca le piccole alghe che sono sul fondo inframmezzate ai ciottoli neri. Va avanti così per un po’ con due pesci pilota che gli stanno appiccicati ai fianchi e che si muovono all’unisono con il suo corpaccione lungo più di tre metri, nel quale gli anelli di grasso sono sottolineati dai movimenti dell’acqua.

Avanza sul nero di pochi centimetri per volta, provocando delle piccole nuvole di polvere ai lati della sua proboscide. Poi all’improvviso si da una spinta, si solleva in verticale e viene su, verso di noi, fino a incontrare la superficie dell’acqua e respirare. Dà un paio di boccate, con piccoli spruzzi, come un delfino. Restiamo immobili e indecisi sul da farsi, non osiamo nemmeno scattare una foto nel timore che il clik riveli la nostra presenza, o lo faccia spaventare. Tra l’altro affiora nella nostra mente un monito che ci aveva dato un pescatore a Port Rsolution:

“State attenti se vedete un dugongo in mare, perché combattono a testate” Ma non ci viene proprio di aver paura di quel ciccione con la ciccia un po’ tremolante, che dopo aver preso aria ed essere rimasto per poco in superficie prende nuovamente a scendere verso il fondo.

Di noi pare non essersi nemmeno accorto, forse siamo controluce, forse è cieco. Forse non gli importa assolutamente di noi!

Ci immergiamo ripetutamente per filmarlo e fotografarlo. Lui è sempre lì a brucare, con i pesci pilota al suo fianco, incurante di quello che gli succede intorno. Evidentemente questa è l’ora del pasto, e niente e nessuno gliela può guastare. Ogni tanto sale, prende aria e ridiscende spostandosi solo di pochi metri dal luogo iniziale.

Quando abbiamo filmato e fotografato tutto quello che c’era da riprendere, e dopo che abbiamo preso confidenza con quella forma chiara che tanto contrasta con la sabbia vulcanica del fondo, decido che è il momento di diventare più intimi. Così, mi porto sopra di lui e piano piano scendo sul fondo, fino ad arrivargli accanto e vedere nitidamente le alghe che spariscono nella sua proboscide. Poi allungo la mano e gli do una carezza. Tocco una massa vellutata, tremolante, come se fosse tutta piena d’acqua. Lui si irrigidisce e fa un impercettibile scarto. Impaurita torno subito su, in tempo per vederlo girare, guardarsi in torno e poi allontanarsi nuotando sul fondo a una velocità sorprendente e inaspettata per la sua massa. Cerchiamo di seguirlo, ma quasi subito perdiamo di vista la sua sagoma bianca e il fondo sotto di noi torna un’unica distesa di nero.