Vele di Pandano, Arpioni di Bambù

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Mar 142013
 

Vele di Pandano, Arpioni di Bambù

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 30’
prezzo: € 15,00

Vele di Pandano, Arpioni di BambùDopo una lunga navigazione attraverso il mare della Cina Meridionale, la Barca Pulita è approdata nell’Isola di Lembata, dove gli uomini escono in mare con delle barche a vela incredibilmente primitive.

Lo scafo è di tavole tenute assieme con spine di legno.

Gli alberi sono pali di bambu, e le vele sono quadre, tessute con foglie di pandano intrecciate.

Eppure, con queste barche rudimentali, gli abitanti vanno a caccia di balene.

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Vele di pandano, arpioni di bambù

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Sono più di sei anni che vagabondiamo per l’Oceano Indiano, e in questo mare enorme, abbiamo visto tante cose. Siamo sbarcati su isole abitate da milioni di uccelli, abbiamo costeggiato le infinite spiagge incontaminate delle Chagos, abbiamo vissuto con i cacciatori di squali del Mar Rosso, abbiamo filmato le tartarughe di Aldabra, i mangiatori di meduse del canale di Malacca, le vele tradizionali degli zingari del mare, e così via.

Ma quella che abbiamo trovato qui, nel mare della Cina Meridionale, in questo lontano villaggio dell’Indonesia orientale, è davvero una realtà eccezionale. Qui i pescatori vanno ancora a caccia di balene con barche di legno e vele di flio di palma. .

Nel venire a cercare il villaggio ci siamo basati su poche e vaghe notizie raccolte nel corso degli anni. Sapevamo che anni fa, ai tempi della moratoria mondiale sulla caccia alla balena, si era deciso di fare eccezione per questa gente, in considerazione del fatto che qui i cetacei venivano cacciati solo per nutrire la gente poverissima del villaggio, che si trattava di una attività tradizionale e antichissima, e che comunque la quantità di balene pescate era piccola.

Siamo venuti con qualche dubbio, veleggiando faticosamente tra isole avvolte dalle correnti e tormentate da venti capricciosi. Più di una volta ci siamo chiesti se valesse la pena di fare così tanta fatica per arrivare in un luogo di cui non sapevamo nemmeno l’esatta ubicazione. E c’era stato anche chi ci aveva detto che ormai questa pesca non si praticava più da anni, e che le barche a vela de Lamalera erano ormai state abbandonate. Alla fine comunque siamo venuti, e quello che abbiamo trovato è andato al di la di ogni aspettativa.

Le barche di Lamalera sembrano oggetti di 1000 anni fa. Gli scafi sono costruiti senza chiodi e senza viti, solo di legno tenuto insieme con incastri e spine, a loro volta di legno. Le vele, bellissime, sono realizzate intrecciando le foglie delle palme. L’albero che sorregee la vela, l’antenna, il boma, il buttafuori e tutti i pali sono di bambù. Le corde sono di fibra di cocco, e persino gli arpioni con cui qui cacciano balene, delfini, mante e quanto altro il mare mette a disposizione, vengono forgiati a mano nelle capanne dietro la spiaggia.

La Barca Pulita da oltre due mesi è ferma di fronte al villaggio. Il fondo nel tratto di mare prospiciente la riva risale da profondità insondabili per diventare subito bassissimo e pericoloso. Per ancorare la barca abbiamo dovuto fermarci alla cappa, avvicinarci a riva con il tender e scendere sott’acqua con le bombole per fissare attorno ai coralli delle catene a cui fissare la barca. Ogni volta che il tempo peggiora dobbiamo mollare in acqua ancore e catene e spostarci al largo, per allontanarci dai pericoli in attesa che passi la tempesta. Ma qui abbiamo raccolto immagini eccezionali e la storia di un popolo di navigatori che persevera in una tradizione millenaria.

Lamalera è completamente isolata dal resto del mondo. Non ci sono strade, non c’è elettricità, non ci sono telefoni ed è fuori dalla copertura dei telefoni satellitari GSM. C’è anche poco da mangiare perché mentre nel villaggio tutti mangiano carne e grasso di balena, i nostri stomaci delicati rifiutano questo menu. Comunque resteremo a Lamalera tutto il tempo necessario per filmare questa gente e questa incredibile tradizione.

Lamalera si trova sull’isola di Lembata, una delle tante terre che formano l’arcipelago di Nusa Tengara Timur, ad est di Flores, in Indonesia. Per raggiungere il villaggio bisogna prima portarsi sulla estremità orientale di Flores, da qui prendere una barca per Lembata, e una volta sbarcati a Lembata, bisogna camminare per molte ore lungo i sentieri dell’Isola. Oppure, come abbiamo fatto noi, bisogna arrivarci con la propria barca, ma è difficile perché l’isola sorge con pareti a picco sul mare, non dispone di ancoraggi, ed è difficile sbarcare e difficilissimo ancorare la barca.

Le case del villaggio sono addossate attorno ad una spiaggetta di sabbia nera che costituisce l’unico approdo disponibile lungo la costa meridionale di Lembata, mentre tutto attorno la terra è battuta dalla risacca. Ogni mattina alle sei gli isolani mettono in mare quattro o cinque imbarcazioni lunghe una decina di metri e larghe due, ciascuna in grado di portare una decina di uomini. Per superare la linea della battigia lungo la quale si infrangono le onde sono necessarie una trentina di braccia e tutto il villaggio comprese le donne e i bambini partecipa alla messa in mare delle barche. Sono barche veramente strane. A vederle così, con le vele fatte di foglie intrecciate, con gli alberi fatti di bambù, con gli scafi di legno massiccio e i timoni che sono solo semplici pagaie adoperate da poppa, queste barche sembrano reperti usciti da un passato molto lontano. Ricordano la barca di Ulisse, o le barche dei vichinghi. Per la forma primitiva delle vele e dello scafo non sono in grado di stringere il vento e si spostano solo nelle andature di poppa o al traverso. Se le condizioni del mare si fanno difficili, o quando il vento diventa contrario gli equipaggi devono mettersi ai remi, tutti assieme, proprio come si faceva nelle galere romane. Eppure con questi legni primitivi i pescatori di Lamalera affrontano le tempeste dei monsoni del mare della Cina meridionale, e sempre con queste barche vanno a caccia degli animali più grandi della terra.

Appena usciti puntano verso il largo mantenendosi in formazione. Un uomo al timone, un altro alle scotte, e i rimanenti, a turno, di vedetta, a scrutare l’orizzonte per cercare un segno delle balene. Gli avvistamenti, naturalmente, sono rari, e nella maggior parte dei casi dopo aver passato la giornata a pattugliare un mare vuoto e silenzioso, rientrano la sera a mani vuote Ma dopo giorni e giorni di magra, a un certo punto si avvista la balena. Gli uomini afferrano i remi e pagaiano tutti insieme lanciandosi verso la grande bestia. Se la balena è sottovento ci si aiuta anche con la vela. Se è sopravvento si ammaina, e si procede solo coi remi. Ma il comportamento dei giganti del mare è imprevedibile. A volte, all’avvicinarsi degli uomini, le balene si immergono e scompaiono. A volte riappaiono a grande distanza, e l’inseguimento può continuare per ore, sotto il sole, con le barche che avanzano penosamente lente. A volte, inspiegabilmente, si fermano e si lasciano avvicinare.

Mentre la distanza si riduce un uomo si prepara sulla punta più estrema della barca, con un arpione di ferro applicato sul vertice di un lunghissimo bambù. La barca si avvicina mentre il bestione inconsapevole, resta immobile in superficie, spruzzando di tanto in tanto con lo sfiatatoio. Quando la balena è a tiro l’uomo che sta a prua si lancia con un gran salto, e atterra direttamente sul corpo del cetaceo conficcandovi l’arpione con tutta la sua forza. La bestia subito si scuote, si inarca, e si immerge vibrando contemporaneamente un gran colpo di coda. E’ questo il momento in cui può succedere di tutto. Può succedere che la codata danneggi la barca, o che ferisca il fiocinatore, che dopo aver inferto il colpo deve subito essere recuperato dai compagni perché la barca sta per cominciare una corsa incontrollata per il mare, trascinata dalla balena ferita.

E inizia una lotta terribile tra il gigante ferito che traina la barca per ore, a volte per giorni, e il manipolo di omini che a bordo, tutti assieme, recuperano il canapo quando la balena si stanca, e lo allascano quando riprende a tirare con forza.

Noi restiamo a guardare allibiti questa lotta antica, e non sappiamo nemmeno per chi parteggiare. Vorremmo che la balena si salvasse, perché fa pena questa enorme bestia ferita che non si rende nemmeno conto di cosa le stia succedendo, ma vorremmo anche che gli uomini vincessero, perché qui gli uomini pescano solo per poter sfamare le famiglie. Intanto scattiamo fotografie, filmiamo, cerchiamo di stare vicini alla barca non perdere nulla di quanto avviene, e anche di non avvicinarci troppo per non rischiare a nostra volta di prendere una codata. Dopo un’ora, quando la violenza del traino rallenta, scendo sott’acqua con le bombole, a filmare la balena arpionata, che a venti metri di profondità nuota verso chissà dove. Si muove lentamente, con un movimento della coda lento e continuo. L’arpione emerge dal dorso, poco dietro al capo, e dal punto in cui il ferro ha squarciato i tessuti esce una nuvola rosata di sangue, che si allarga per subito perdersi nel blu. La presenza di tanto sangue in acqua potrebbe attirare gli squali, ma resto in acqua ugualmente, affascinato, ad aspettare la fine della battaglia.

In qualche caso (pochi a dir la verità) è successo che la balena sia riuscita ad affondare la barca, e i pescatori, a stento, si sono salvati sulle altre barche. In altre occasioni la balena ha rotto il canapo e si è liberata, fuggendo nel blu profondo del mare. Il più delle volte però la lotta finisce con gli uomini vincitori che a forza di remi trainano per ore il corpo immenso dell’animale verso la riva del villaggio.

Il mattino successivo le barche non escono e tutti si ritrovano sulla spiaggia per macellare l’animale. Ci vogliono due giorni di lavoro sotto il sole per sezionare, tagliare e dividere un corpo lungo quindici metri e che pesa più di 20 tonnellate, ed è un rito raccapricciante ed affascinante a cui prendono parte tutti. Abbiamo visto bambini di tre o quattro anni camminare nella pancia della balena immersi nel sangue fino alla cintola ed estrarre intestini che erano più grossi di loro. E abbiamo visto donne vecchissime competere tra di loro per raccogliere, con ciotole di cocco, il grasso che colava dal cervello della balena.

Ma se in altre parti del mondo le balene venivano cacciate per via degli oli e dei grassi da usare nella cosmetica e nell’industria chimica, qui, a Lamalera, ogni parte del bestione, dalla testa alla coda, è destinata ad essere consumata nel villaggio. La carne viene sezionata in strisce lunghe e sottili e messa al sole a seccare. Anche il grasso viene seccato e servirà come condimento. L’olio che si recupera dal cranio viene raccolto e servirà per alimentare le lampade ad olio che nel villaggio, privo di elettricità, illuminano la sera l’interno di ogni casa. Gli intestini invece vengono consumati subito, e lo stesso accade per cuore e polmoni. Le costole infine servono per ricavare delle stecche lunghe, sottili e flessibili da utilizzare come navette nei telai a mano che le donne usano per tessere i loro indumenti.

Alla fine, sulla spiaggia, rimangono solo un gigantesco teschio e alcune vertebre biancastre, oltre naturalmente ad una terribile puzza di grasso e di marcio. L’odore è intenso, amaro e pungente. Avvolge la spiaggia e tutta la baia antistante dove noi siamo ancorati, con una cappa densa e pesante. Noi fatichiamo persino a respirare, mentre il locali non sembrano neppure accorgersene. Come non fanno caso allo strato di grasso che oramai ha permeato tutta la sabbia della spiaggia e che ci ha avvolti di unto dai piedi ai gomiti ai capelli.

Box: Pesca in mare, vela e conservazione.

La Barca Pulita naviga per il mondo con un progetto di conservazione e di sensibilizzazione per la salvaguardia delle ultime realtà naturali del pianeta. E allora, come comportarsi di fronte a gente che, praticamente a mani nude, da la caccia alle balene e ai delfini che nel resto del pianeta sono speci protette?

E’ un problema che ci siamo posti e ci poniamo continuamente, di fronte a chi pesca le balene, di fronte a chi pesca con le bombe, e anche di fronte a noi stessi quando peschiamo per i nostri consumi. Certamente il futuro del pianeta dovrà vedere un abbandono graduale ma necessario di tutti i tipi di caccia e di pesca in mare. Gli animali del mare, a nostro parere, andrebbero lasciati stare. E l’avvento e lo sviluppo delle tecniche di allevamento industriale ci fanno sperare che per il futuro la pesca in acque libere venga gradualmente abbandonata in favore di un meno dannoso e più conveniente allevamento dei pesci necessari per il mercato.

Sta di fatto che oggi il pericolo vero per la sopravvivenza della fauna marina è costituito dalla pesca industriale, praticata in tutti i mari con pochi scrupoli e nessun controllo. I pescherecci d’alto mare diventano sempre più grandi, trascinano reti sempre più lunghe, individuano i pesci con radar e sonar sofisticati, ritrovano le reti con il GPS, e in alcuni i casi avvistano le prede addirittura con gli elicotteri. Nella lotta contro questi mostri tecnologici gli abitanti del mare non hanno scampo, e le risorse degli oceani, proprio per questo si vanno impoverendo ogni anno di più.

Che dire allora?

Il nostro pensiero è questo: lasciamo tranquilli i pescatori di Lamalera che portano avanti una tradizione millenaria, che pescano per mangiare e che comunque sono destinati entro pochi anni ad abbandonare le loro tradizioni troppo dispendiose e faticose, e concentriamoci invece, tutti assieme, nel boicottaggio della pesca industriale indiscriminata. Evitiamo di acquistare i tonni pescati assieme ai delfini, e appoggiamo tutte le campagne internazionali per la riduzione e il controllo della pesca in acque aperte.