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Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Due bestie giacciono sulla sabbia, riverse. Sono rovesciate sul dorso, immobili e sembrano morte. Una è enorme. La pancia giallastra, il collo rugoso, gli occhi aperti ma velati, peserà almeno una cinquantina di chili. L’altra è più piccola e più bianca, un esemplare giovane, di una ventina di chili.

Siamo in una radura lungo la costa di Waigeo. Passando con il gommone  abbiamo notato un gruppo di capanne e qualche canoa in  secca sulla sabbia. Siamo scesi a terra a curiosare. Sono tre famiglie che hanno costruito un microvillaggio in questa incantevole insenatura. Ci sono tre capanne di paglia, tre canoe a bilanciere, un pozzo per l’acqua e una montagna di cocchi dietro le capanne, come scorta alimentare. Ci hanno accolti sorridendo e subito un ragazzo è comparso con un paio di noci di cocco giovani che hanno aperto per farci bere il liquido frizzante che contengono. Abbiamo cominciato a filmare e a fotografare il posto, inframmezzando qualche conversazione con i locali nel nostro stentato indonesiano. E a quel punto che Lizzi ha scoperto le tartarughe, abbandonate sulla sabbia, un po’ discoste dall’ultima casa.

“Ehi ma queste sono ancora vive”

Bisogna proprio guardarle da vicino per accorgersi che respirano. La pelle rugosa del collo, rovesciata verso il cielo, si alza e si abbassa impercettibilmente, ma regolarmente, ogni pochi secondi, ma le tartarughe devono essere moribonde perchè per il resto sono immobili. Anche se tengono gli occhi aperti non danno l’impressione di averci visto avvicinare e non si sono mosse di un millimetro.

Restiamo indecisi.

Che facciamo?
Le filmiamo?
Le fotografiamo?

Non sono belle da vedere. Non sono un bel soggetto. Fanno solo pena. Da queste parti, quando ne catturano una, fanno sempre così, la rovesciano sul dorso e la lasciano sulla spiaggia. La tartaruga non ha modo di rigirarsi da sola, non può più fuggire e in quelle condizioni la povera bestia può sopravvivere anche per settimane. Così, in un posto dove non ci sono i frigoriferi e i negozi, e dove con la temperatura di 35 gradi la carne va a male in meno di mezza giornata,  chi l’ha catturata può conservarla fresca per tanto tempo in attesa che venga il momento di ucciderla e di mangiarla in qualche occasione particolare.

E’ un atteggiamento che a noi sembra crudele, ma a pensarci bene il nostro modo di allevare i polli in batteria o il metodo con cui in Francia obbligano le oche a mangiare per far si che si ingrossi il fegato, che servirà per fare il patè, non è meglio.

Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Gli Indonesiani ci hanno seguiti per vedere quello che facciamo e hanno intuito il nostro interesse per le tartarughe. Si mettono in due, sollevano di peso quella grossa e la rimettono sul terreno nella sua posizione naturale: a pancia in giù.  La bestia incredibilmente resuscita. Alza il capo, sferra due poderosi colpi di patte altrettanti schizzi di sabbia e si mette di lena a camminare verso il mare. Improvvisamente è diventata una tartaruga viva e vegeta che arranca verso il mare in cerca della libertà, e altrettanto improvvisamente, per noi, è diventata un bel soggetto da riprendere e fotografare. E così la inquadriamo, la fotografiamo, di fronte, di lato, da lontano, in dettaglio.

Quando arriva nell’acqua bassa trova i due di prima che le sbarrano la strada. Si ferma, i due la afferrano, ma stavolta lei si dibatte con una violenza insospettata, tanto che gli uomini traballano. Arriva un altro a dare manforte, e tutti assieme la trascinano in malo modo verso terra, e alla fine di una lotta senza speranza la rimettono di nuovo sottosopra, come prima, sulla sabbia. Noi siamo ancora lì con macchine foto e telecamere sguainate. La besta a pancia in su, dopo aver frustato l’aria per qualche momento con le patte, rinuncia, e si lascia andare, di nuovo immobile. Che pena!

Che facciamo?
Li esortiamo a liberarla? Ma  non ha senso!
Chiediamo quanto costa, la compriamo e la liberiamo noi? Ha ancora meno senso, non capirebbero.

Così non facciamo nulla. Mettiamo via le macchie, salutiamo le tre famiglie e ripartiamo verso la Barca Pulita, che ci aspetta ad un miglio di distanza.

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