Gen 011993
 

La terra è enorme, è rotonda e ruota su se stessa. Una delle conseguenze di questo semplice fatto è l’esistenza di tre regioni climatiche: i Poli, dove fa sempre freddo; le regioni temperate, dove fa freddo o caldo secondo le stagioni; i Tropici, dove fa sempre caldo.

La fascia tropicale è la striscia del globo terrestre compresa tra i 23 gradi di latitudine Nord e Sud. Qui i raggi del Sole sono quasi verticali e producono tutto l’anno un intenso irraggiamento, con conseguente innalzamento della temperatura. Non esiste la stagione fredda, la vegetazione è folta e rigogliosa, il mare è caldo e ricco di mille forme di vita, la frutta e le piante crescono senza essere coltivate. Questa specie di paradiso terrestre è uno degli ambienti più belli per chi ama il mare e la navigazione.

La barca a vela è sicuramente il mezzo migliore per potersi godere una vacanza ai Tropici e i Tropici sono il posto ideale per una crociera in barca: vento costante e moderato, mare pescoso, acqua tiepida e temperatura gradevole giorno e notte. Le mete per una vacanza ai Tropici sono tante, dai Caraibi alla Polinesia, dalla Grande Barriera al Corno d’Africa, dal Golfo di Guinea alle Filippine, miglia e miglia di mare, centinaia di Paesi, milioni di isole e un numero infinito di atolli e lagune. Con il passare degli anni aumentano sempre più le possibilità di noleggio di barche grandi e piccole, con skipper o senza, e aumenta di pari passo la legione degli utilizzatori. Ecco allora qualche consiglio per chi ci si voglia avventurare. Navigare ai Tropici è bello. L’acqua calda, i colori, il fascino delle barriere coralline, il mare ricco di pesci e di vita, l’incontro con nuove popolazioni: tutto quanto contribuisce a creare un’atmosfera magica e diversa. Ma l’ambiente è diverso da quello a cui siamo abituati e bisogna imparare a conoscerne i ritmi e rispettarne la personalità.

In mare, l’elemento più sensazionale è il corallo. Il corallo è una creatura viva. Un agglomerato di miliardi di microrganismi che si circondano di un guscio calcareo e che si ammassano tra di loro in enormi banchi e barriere. Crescendo, nel corso dei secoli, avvolgono le isole e le terre, disponendosi in enormi banchi semiaffioranti che formano il perimetro degli atolli, o che sporgono dal fondo all’improvviso come arcane cattedrali consacrate a Nettuno.

Dal punto di vista dei sub i coralli costituiscono uno degli ambienti marini più affascinanti, con una infinita varietà di colori e di forme, con grotte e camere sommerse che riservano sorprese sempre nuove. Dal punto di vista dei pesci devono essere uno degli habitat più adatti alla vita, a giudicare dall’incredibile abbondanza di pesci piccoli e grandi, di crostacei, di molluschi che vivono in simbiosi stretta con le barriere coralline. Un mondo magico e unico, di cui è persino difficile descrivere la meraviglia a chi non l’abbia a sua volta sperimentato.

Dal punto di vista della chiglia di una barca, invece, i coralli sono solo rocce, e per di più taglienti e diventano immediatamente l’assillo costante di chi si trova a navigare nelle loro vicinanze. E siccome non si possono evitare, perché tutte le isole ne sono circondate, non resta che imparare a conoscerli bene.

In molte delle aree di crociera ormai si può contare su carte nautiche abbastanza dettagliate dove i banchi di corallo sono riportati con una certa precisione. Molto meno diffusi e quasi mai affidabili sono i segnalamenti nautici, fari, mede etc. Quando ci sono, risultano meno evidenti e visibili di quelli, in verità molto sofisticati, a cui ci siamo abituati navigando nei nostri mari. A volte un semplice bastone impiantato nel corallo, e visibile a non più di 200 metri di distanza, è indicato dalle carte come un segnalamento importante e altre volte i fari sono semplici lucine issate su un piedistallo non più alto di 4 o 5 metri. In ogni caso, indipendentemente dall’esistenza dubbia di fari e segnalamenti, nelle aree coralline si cerca di navigare solo di giorno, e in buone condizioni di visibilità perché, alla fin fine, è solo l’occhio vigile di chi sta a bordo che garantisce la sicurezza della navigazione.

Che aspetto ha il corallo visto da bordo di una barca? In mare aperto, o intorno alle isole, le barriere coralline si avvistano facilmente, in genere a qualche miglio, grazie ai frangenti prodotti dal rompersi dell’onda lunga e al colore azzurro del-l’acqua che contrasta nettamente con il blu del mare profondo. Se il mare è calmo, e non ci sono frangenti, i funghi di corallo sotto la superficie si riconoscono in trasparenza dall’om-bra marrone verdastra che proiettano sulla superficie. Le condizioni migliori per navigare sono quando il Sole è alto alle spalle di chi naviga e la superficie dell’acqua è leggermente increspata. In questo caso non è difficile trovare la strada facendo lo slalom tra le barriere.

Le cose cambiano di molto quando il cielo è coperto e nei casi di mare totalmente calmo, quando la superficie liscia riflette il grigio del cielo e non lascia trasparire nulla di ciò che sta sotto. Lo stesso accade quando il Sole, basso sull’orizzonte, si trova di fronte a chi naviga. In questi casi il corallo rimane del tutto invisibile e si deve assolutamente evitare di navigarci in mezzo. Per questo, quando si programma l’atterraggio dopo una traversata, si deve fare in modo di arrivare in tarda mattinata, o nelle ore centrali della giornata, per avere il Sole ben alto e poter quindi navigare in quasi tutte le direzioni. La visibilità dei fondali migliora usando occhiali da Sole con lenti polarizzate (Polaroid) che eliminano in parte i riflessi del Sole sull’acqua, e migliora ancor di più elevando il punto di osservazione: in piedi, sul pulpito di prua si vede meglio che dal ponte, e dalle crocette si vede meglio che dal pulpito. Più in alto si va, più è facile vedere il fondo, in trasparenza, ma d’altro canto, se l’acqua è limpida, più in alto si va e più si fatica a valutare la profondità degli ostacoli. Un buon compromesso è una comoda posizione di osservazione seduti sulle crocette. Con il tempo e un po’ di esperienza ci si impratichisce e si impara a valutare a colpo d’occhio la via da seguire.

La meteorologia è semplice e prevedibile, senza grandi perturbazioni, senza salti di vento, e con il cielo azzurro decorato dalle caratteristiche nuvole bianche e paffute degli Alisei. Le temperature dell’acqua e dell’aria sono tali da non richiedere, nemmeno durante la notte, cerata o indumenti pesanti. D’altro canto ci si trova spesso a dover fare i conti con correnti e maree che in alcuni casi condizionano notevolmente la navigazione, in particolare quando si devono affrontare quei passaggi delicati detti “passe” che dànno accesso alle lagune e agli atolli.

Il problema è questo. Tutta l’acqua che deve entrare o uscire dalle lagune con la marea, è costretta a incanalarsi nella stretta apertura di accesso (la “passe”) e provoca una corrente che può anche essere molto forte. La corrente è legata alla marea; si arresta con l’alta e con la bassa marea; è entrante quando la marea cresce, ed è uscente quando la marea decresce. Tra una fase e l’altra c’è il momento di stanca, quando la corrente cessa del tutto, per alcuni minuti, per poi riprendere nella direzione opposta. Ovviamente, questi momenti di stanca sono i migliori per affrontare il passaggio. Se si deve passare con la corrente è bene che questa sia debole e contraria, per avere la massima manovrabilità della barca a velocità ridotta ed essere in grado di arrestarla rapidamente nel caso in cui compaiano ostacoli improvvisi. Quando un atollo presenta più passaggi, si sceglie quello di sottovento, ovvero il più riparato dall’onda oceanica.

Gli ancoraggi, i luoghi per sostare in occasione di un bagno, di un pasto o della notte sono infiniti, sottovento a una delle migliaia di isole coralline con la spiaggia bianca e le palme, che riparano dalle onde lasciando passare il fresco soffio ristoratore del vento. In genere, i fondali sono sabbiosi e sicuri e non ci si deve neanche preoccupare della possibilità che il vento possa cambiare direzione. Bisogna però fare attenzione ad ancorare al sicuro dai fondali corallini che hanno una particolare predisposizione per far incattivare inestricabilmente le ancore e le catene.

Il Sole ai Tropici è perlomeno 10-20 gradi più alto del nostro solleone; colpi di sole, scottature e spellature sono dunque all’ordine del giorno per chi arriva da un inverno gelido ed espone le membra ancora intirizzite senza adeguata protezione. L’abbronzatura deve essere graduale e nei primi giorni andrebbero usate creme con alto fattore protettivo. Durante le ore più calde è meglio portare un copricapo: in tutta la fascia tropicale se ne possono trovare di bellissimi intrecciati con foglie di pandano o di palma. A causa della temperatura elevata, l’acqua di mare, anche dove sembra cristallina, in realtà pullula di microrganismi ed è niente affatto curativa. Può accadere che piccole ferite, soprattutto se prodotte dallo sfregamento con i coralli, si infettino e diano luogo a infezioni che hanno la poco simpatica tendenza a estendersi. Pertanto, ogni abrasione va disinfettata attentamente e seguita diligentemente, curandola, se necessario, con una pomata antibiotica.

Il corallo, in genere non è pericoloso. Se urtato con violenza può graffiare o tagliare, ma, facendo attenzione, lo si può toccare anche a mani nude. Fa eccezione un tipo particolare di corallo che si chiama “corallo di fuoco”. Ha i bordi urticanti che producono sulla pelle lesioni molto dolorose simili a quelle delle meduse. In ogni luogo, comunque, ci sarà sempre un rimedio empirico che i locali vi suggeriranno per calmare dolore e rossore.

Infine, bisogna ricordare che lo splendido mondo dei pesci tropicali che popolano le lagune e le barriere coralline nasconde alcune insidie, come per esempio il pesce palla, il cui fegato contiene una tossina letale per l’uomo, o il pesce scoglio, che si mimetizza perfettamente con le rocce circostanti, ma è in grado di infliggere una puntura velenosa così dolorosa da provocare, in certe situazioni, l’arresto cardiaco. Lo stesso dicasi per il pesce scorpione, mentre il Conus Geographus, presente in Paci-fico e Indiano è una conchiglia che pochi minuti dopo essere stata urtata emette due dardi velenosi di cui fino a ora non è stato trovato l’antidoto. Parafrasando un detto polinesiano, aggiungiamo che in genere, in un pesce la bellezza esteriore è indirettamente proporzionale alla sua commestibilità, ovvero: più i pesci sono eleganti e colorati, meno sono commestibili.

Infine gli squali che, diamo a Cesare quel che è di Cesare, sono molto meno “cattivi” di quel che si pensa. All’interno delle lagune e in prossimità della barriera, vivono alcune specie di squali: il pinna bianca, il pinna nera, e quello grigio. Raramente superano i 2 metri di lunghezzza e non sono predatori, ma solo curiosoni. Certo, se ci fosse una situazione in acqua con molto pesce ferito, sangue e agitazione, potrebbero cominciare a farsi minacciosi, ma sempre molto meno frequentemente e molto più lentamente di quello che ci si aspetta.

Per completare il quadro degli animali tossici o pericolosi due parole sulla “ciquatera”, una malattia che si contrae mangiando pesce tossico e che purtroppo sta interessando sempre più porzioni di mare tropicale. La “ciquatera” è dovuta (si presume) alla sempre maggior presenza di tratti di barriera morta. Ciò è causato dall’inquinamento, dal fatto che in alcune zone la barriera è stata fatta saltare con la dinamite per poter costruire un porto, e da altre cause. Le alghe che si formano sui coralli ormai senza vita, elaborano una particolare tossina che si deposita negli organismi dei pesci che mangiano l’alga, e via via passa da pesce a pesce seguendo la catena alimentare che vede il più grosso mangiare il più piccolo. Questa tossina non ha alcun effetto sui pesci, ma ne ha bensì sull’uomo che mangia il pesce intossicato. I sintomi della “ciquatera” insorgono dopo qualche ora dal-l’aver ingerito il pesce. Sono: nausea, malessere generale, dolore alle giunture e senso di pesantezza agli arti. A ciò si aggiunge una sensazione simile a una scossa elettrica alla bocca e alle punte delle dita, ogni qualvolta si entra in contatto con l’acqua. È una malattia fastidiosa, i cui sintomi possono durare alcune settimane, secondo il quantitativo di tossina ingerita. I pesci intossicati variano da isola a isola, da zona a zona e da specie a specie. L’unico modo per cautelarsi è mostrare il pesce pescato ai locali, indicando loro dove è stato catturato, e chiedendo consiglio per essere sicuri di poterlo consumare. Le zone a rischio di “ciquatera” sono: tutto il Pacifico, i Caraibi, e certe parti della grande barriera australiana.

Il risvolto positivo della faccenda consiste nel fatto che, a causa della “ciquatera”, nessuno in Pacifico ha mai pensato di impiantare un’industria per lo sfruttamento della pesca sui reef, e questo sembra che i pesci lo sappiano, a giudicare da come si avvicinano fiduciosi a chi si immerge.

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