Gen 011996
 
Ultimi dhow - Canale di Zanzibar

Ultimi dhow – Canale di Zanzibar

Nel canale tra la costa della Tanzania e Zanzibar si incrociano ancora grossi barconi a vela: Sono i dhow,  pesanti barche da carico, introdotte sulla costa dell’Africa già nel X secolo dai mercanti arabi. Dall’Asia minore i mercanti venivano fino a qui per caricare schiavi, avorio, oro, legno in cambio portavano tela, profumi. La forza di propulsione che permetteva ai dhow di navigare era il vento del monsone: quello di nord est spingeva le imbarcazioni fino alla costa dell’Africa, poi si doveva aspettare quello di sud ovest per tornare a casa con le stive piene di merce o di uomini.

I dhow erano barche larghe e capienti, studiate per navigare sempre con il vento dalla stessa parte e per questo costruite in maniera leggermente asimmetrica, con una grossa vela triangolare montata verso prua e libera verso poppa in modo da poter essere portata indifferentemente sul bordo di dritta o su quello opposto.

Erano insomma delle barche perfette per quella meteorologia. E infatti ancora oggi vengono usate, non più da facoltosi mercanti per il trasporto di ricchi carichi, ma da uomini poveri e un po’ straccioni, che portano merce, la più disparata possibile dalla costa dell’Africa a Zanzibar, rimediano un’esistenza decorosa in uno degli angoli più poveri e affamati della terra.

Anche noi abbiamo voluto provare a imbarcarci su un dhow. Non è stato facile. Le autorità della Tanzania non gradiscono che i turisti vengano a toccare con mano la loro miseria. Preferiscono intruppare gli stranieri verso i parchi dell’Ambuseli o sulle spiagge di Zanzibar o di Mafia, piuttosto che tra le pieghe della loro povertà. Ma noi al porto di Zanzibar abbiamo un amico, Costantino, che per tanti anni è stato imbarcato su una nave che lavorava in Italia. Grazie a Costantino e a una piccola somma di denaro un capitano accetta di imbarcarci sul suo dhow.

La partenza non avverrà prima del tramonto, quando la corrente e la marea  saranno propizie per uscire dal porto di Dar Es Salaam, ma noi dobbiamo salire a bordo già nel pomeriggio, camuffati tra sacchi di mais, in modo che le guardie all’entrata del porto non facciano storie.

I dhow intorno a noi completano i carichi di sacchi di farina, di bombole del gas, di assi, di tondini di ferro, di buoi e casse di cocacola. Mentre noi ce ne stiamo schiacciati sul fondo della scialuppa di salvataggio, accanto al cesso di bordo e sopraffatti dai sacchi di mais.

Ultimi dhow - Canale di Zanzibar

Ultimi dhow – Canale di Zanzibar

Alla fine il sole tramonta e noi possiamo finalmente uscire allo scoperto. E’ sera. La vela sale, sollevata con tutta la sua antenna da tutti gli uomini di bordo, che tirano aggrappati al paranco  come un immenso grappolo umano. Cantano una cantilena per tenere il ritmo e sollevano all’unisono con brevi strappi violenti. La vela si apre, immensa, magnifica, e la barca comincia a spostarsi, silenziosa, nell’acqua immobile del porto, sfiorando le barche vicine, puntando verso l’uscita  e verso il mare aperto.

Fuori dal porto il mare ci avvolge e sprofondiamo nella notte, mentre la brezza aumenta e lo scafo accelera con un fruscio dolce e possente. Gli ordini vengono impartiti a poppa, dal timoniere, e a prua, dalla vedetta, in una specie di duetto cadenzato al cui ritmo tutto l’equipaggio manovra le drizze, le antenne, i paranchi. Sono puggiate, virate, strambate, eseguite nel buio e in sordina, da uomini che si muovono in sincronia, come fantasmi nella notte, o come sacerdoti  di un culto antico. Questi uomini che non hanno mai visto una carta nautica  indovinano la strada per istinto, orientandosi tra le secche, in base a chissà quali segni misteriosi.

Li stiamo a guardare per un po’, mentre loro guardano noi senza parole, chiedendosi cosa ci sarà mai di interessante da venire a cercare sulla loro barca.

Poi ci addormentiamo sopra i sacchi di mais e sotto il cielo stellato, mentre il dhow trova misteriosamente la sua strada in direzione di Zanzibar.

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