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Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

Improvvisamente, da Est, compare una imbarcazione curiosa che somiglia ad una antica nave a vela, ma in scala ridotta, quasi un giocattolo. Una tenda di frasche intrecciate copre metà della barca dandole l’aspetto di una casetta. Due velette triangolari su un alberetto sottile raccolgono l’ultima brezza del giorno e spingono il barchino ad entrare nella baia dove siamo ancorati anche noi. Cambio rotta al gommone e dirigo su di loro. Il barchino avanza in silenzio, segnando due solchi leggeri sullo specchio immoto della baia. Al confronto lo strepito del fuoribordo che muove il nostro gommone sembra un sacrilegio. Lo spengo, afferriamo i remi e ci affianchiamo.

Succede una cosa strana. Di solito, quando ci si approssima  ad una barca, questa rallenta per facilitare la manovra di chi arriva. Sul barchino invece si comportano come se non ci avessero visti. Non toccano le vele, non muovono il timone, e continuano verso il centro della baia, senza neanche girare la testa. E si che siamo grossi quanto loro.

A bordo c’è una coppia con un cane.

“Hallo, where are you going?” tento di attaccare discorso.

Lui ha una camicia azzurra bucherellata, la faccia da mongolo e l’aria antipatica. Con una mano comanda la barra del timone. Con l’altra accarezza una pipetta spenta, che stringe tra le labbra. Non risponde. Guarda fisso davanti a se, mentre il cane mi ringhia contro.

“Hallo,…salamat paghi?…..” Lizzi prova con la ragazza. Poco più di una bambina. Il faccino da negra è più simpatico. Sta accucciata a metà barca e armeggia intorno ad un focherello acceso in un bidone arruginito.

“Salamat paghi….(buongiorno in Indonesiasno)” riprova Lizzi. La ragazza sorride, ma niente più. Il cane ringhia e l’uomo continua ad ignorarci.

“Senti, lasciamo perdere”. Smettiamo di remare un po avviliti. Il nostro gommone si ferma, e i due si allontanano, senza voltarsi.

“Guarda! Ce ne sono altri!” Dal promontorio sbuca un secondo barchino: due adulti, due ragazzi e due cani. Questi almeno si lasciano avvicinare. Osservo i loro tratti somatici, nell’ultima luce del crepuscolo: sono diversi dagli indonesiani, come le loro barche sono differenti da quelle locali.  Scuri di carnagione,  piccoli di statura e con i capelli quasi crespi, sembrano uomini rimpiccioliti.

“Pigmei?”

“Ma dai, i pigmei sono in Africa”

“Invitali a venire sulla Barca Pulita”

Mi produco in una pantomima che ho fatto molte volte e che ormai è perfezionata: indico ad uno ad uno tutti gli occupanti della barca, poi faccio un gesto più largo per indicare la barca e mimo loro, sulla barca, che remano in direzione della Barca Pulita. Faccio con le dita il gesto di qualcuno che sale e poi il gesto di qualcuno che beve. Indico loro e noi che beviamo insieme: venite a bordo a bere qualche cosa da noi?

Non rispondono. Si limitano a sorridere.

“Questi almeno non sono torvi”

Decidiamo di lasciar perdere e di tornare a bordo. Anche perché sono spuntati altri barchini, tutti con la veletta, tutti silenziosi, tutti che si dirigono verso la baia dove siamo ancorati.

Quando un essere umano ne incontra un altro in un luogo deserto, viene naturale di incontrarsi, parlarsi e fare amicizia. Ma se invece che al cospetto di uno solo ci si trova inaspettatamente in mezzo a una folla, la reazione più naturale è quella di rannicchiarsi e di non farsi notare.

Così facciamo noi quando ci rendiamo conto che i nuovi arrivati sono troppi. Torniamo a bordo, solleviamo il gommone sul ponte, e ci nascondiamo dentro la barca, evitando persino di accendere la luce del quadrato, che renderebbe manifesta la nostra presenza.

Sui barchini invece hanno acceso dei lumini, che vagano sull’acqua come fantasmi, lasciando intuire le sagome scure delle barche che si avvicinano tra loro per fermarsi e ancorare a qualche centinaia di metri dal punto dove siamo noi.

“Ma chi diavolo saranno?” Conto otto lumini di barche già ancorate, ed altre ancora ne stanno arrivando. Ceniamo al buio, senza vedere l’aspetto dei molluschi che abbiamo raccolto, e che abbiamo cotto in un sugo di pomodoro, con pepe e peperoncino, cosa che forse ci aiuta ad apprezzarli più di quanto meritino. Dal gruppo di luci arrivano scoppi di voci ed echi di canti sguaiati.

Mi sveglia il rumore di qualche cosa di duro che sbatte contro lo scafo.

“Hai sentito” sussurro

“Si, c’è qualcuno”

Attraverso lo spessore delle paratie arriva il suono di voci sommesse. Mi vesto ed esco fuori, ancora mezzo addormentato, mentre Lizzi si ferma a metà strada, ai piedi della scaletta che porta sul ponte. Due barchini sono affiancati alla Barca Pulita e in 4 sono già saliti a bordo. Resto interdetto. Salire su una barca senza chiedere permesso è come entrare in una casa senza bussare. Se poi accade in piena notte non c’è da aspettarsi niente di buono.

“Devo cacciarli via”, penso, “prima che si accorgano che siamo solo in due”. E se dovessimo venire alle mani? Mi metto a gridare? Magari sono armati? Però sono piccoli, penso, ricordandomi le dimensioni di quello con la pipetta, e poi, per quello che ne sanno a bordo potremmo anche essere in molti.

I nostri ospiti indesiderati si sono sistemati a poppa, accovacciati attorno al pozzetto. Distinguo a fatica i visi, sotto la luna. Sembrano giovanissimi. Ce ne è uno che mi guarda fisso, con un mezzo sorriso, e fa con la mano uno gesto, come di qualcuno che porta qualcosa alla bocca.  Ma si, lo riconosco, è il tizio della seconda barca!

“Sai cosa ti dico, mi sa che li abbiamo invitati noi” sussurro a Lizzi, che è rimasta a far capolino dal tambuccio di poppa.

Mi rilasso e cerco di assumere l’espressione più naturale del mondo mentre stringo le mani di tutti, mi siedo tra loro e faccio segno (non si sa mai) di parlare piano, come se altra gente, sottocoperta stesse dormendo. Capiscono. Abbassano le voci. Lizzi passa fuori bicchieri e bevande. Coca cola, acqua e limone, succo di frutta, te freddo, biscotti. Tutte voluttuosità che di solito mancano a bordo, ma a Singapore abbiamo fatto una buona scorta, ed ora possiamo permetterci di fare un figurone.

Davanti al cibo i nostri ospiti diventano cerimoniosi. Accettano un biscotto a testa, e lo mangiano a piccoli morsi, accompagnandolo con un assaggio di tutte le bevande. Acqua e limone, e Coca Coca ottengono i risultati più lusinghieri nella classifica muta dei gradimenti. La conversazione però langue. Anzi è ferma del tutto. L’unica cosa che riesco a capire è il termine “Orang Laut” che  ripetono più volte riferendosi a se stessi. Significa “Uomini del mare”.

Si riferisce ad una razza di individui senza terra, che vivono sul mare, usando le barche come case, come fanno i loro cugini Moken che stanno in Tailandia e Malesia. Cugini alla lontana, però, perchè lo barche degli Orang Laut non assomigliano per nulla a quelle dei Moken. Queste ultime sono lunghe e affusolate, come eleganti canoe su cui sia stata depositata una casetta di paglia, mentre quelle degli Orang laut sembrano navi in miniatura, panciute e tondeggianti, come fossero la riproduzione giocattolo di antiche caravelle.

“Che fortuna” dico a Lizzi, domani cominciamo a filmarli, e mentre lo dico immagino già il titolo del documentario che faremo: “Vita con gli uomini del mare”.

Un nuovo colpo sullo scafo, intanto, annuncia l’arrivo di una terza canoa, e altre due ne scorgo che si avvicinano, sbucando dalla superficie scura del mare.

” e adesso?” dice Lizzi

“Adesso li mandiamo tutti a casa” rispondo.

Provo ancora vergogna per la mia paura di prima e mi spiace di aver pensato male, ma resta il fatto che non è prudente lasciare che la barca venga invasa da una moltitudine di zingari, tantopiù che è notte, e che siamo in una baia deserta, in mezzo al nulla.

Li affronto, prima che abbiano il tempo di saltare a bordo.

Una strana barchetta - Isole Riau

Una strana barchetta – Isole Riau

“No, no, no”, urlo, bloccando con la mia persona il primo che tenta di salire. Restano interdetti, ma si fermano. Uno di loro ha portato una ciotola di legno con del pesce, e la appoggia sulla falchetta, con una espressione indecifrabile. Il pesce è vecchio e puzza terribilmente. Non capisco se sia un regalo o uno scherzo, e non so bene cosa fare. Finisce che mi tappo il naso e faccio una smorfia. Ridono tutti. Meno male. Ne approfitto e faccio segno che vogliamo dormire, appoggiando la guancia di lato sulle mani congiunte. Capiscono, anche i primi 4, che riguadagnano le barche e si staccano dal nostro fianco e remando lentamente scompaiono nella notte senza vento.

“Meno male”

“Torniamo a dormire?”

“Non so. Che ore sono?”

“Mezzanotte”

“Meglio di no. Meglio restare sul ponte. Non si sa mai” Tanto più che dentro fa un caldo infernale. Portiamo fuori i materassi restiamo semisdraiati sotto le stelle, tenendo d’occhio a turno i fuochi lontani delle barche alla fonda, e l’oscurità silenziosa dell’acqua attorno alla Barca Pulita. Ma non succede più nulla. Le stelle lentamente si spostano nel firmamento. Le ore passano. I fuochi ad uno ad uno si spengono e il silenzio è rotto solo dal rumore di qualche grosso pesce che salta fuori dall’acqua.

“In che strano posto mi hai portato”

“Forse non volevano essere scortesi. In fondo li abbiano invitati noi”.

“Si, però sono arrivati a mezzanotte”

“E cosa ne sai, forse da loro si usa così”

I canoni di corstesia cambiano con la latitudine e la longitudine. Quelli che ruttano in metà del mondo sono considerati dei maleducati, mentre nell’altra metà sono raffinati anfitrioni che esprimono così il gradimento per la cena e l’ospitalità”

“E ti ricordi quando in Tailandia continuavo ad accarezzare i bambini sulla testa?” Continuammo a farlo finchè qualcuno più comprensivo ci svelò che toccare una pesrsona sulla testa in Tailandia è un’atto di grave maleducazione: la testa è la sede dello spirito e dell’anima, e quindi è sacra e intoccabile.

Alla fine ci addormentiamo, anche se ci eravamo ripromessi di non farlo.

“Svegliati, pigrone, guarda che roba, non c’è più nessuno”.

La voce di Lizzi è allegra come la luce del sole che riempie l’aria di riflessi abbacinanti. La Barca Pulita ondeggia dolcemente sotto l’effetto della prima brezza del mattino, e la baia dove siamo ancorati è di nuovo deserta.

“Ma dove sono andati tutti quanti”

“Non lo so. Mi sono appena svegliata, e già non si vedeva più nessuno”.

Scruto col binocolo verso Est, oltre il rpromontorio da dove erano comparsi, e verso Ovest, dall’altra parte, verso un grupo di isole che si scorgono in lontananza, ma non c’è nulla in questo mare solitario che faccia pensare alla presenza di altri esseri umani.

“Mi dispiace proprio”

“Certo, se fossimo stati più gentili. Se li avessimo lasciati salire a bordo..”

Gli Orang Laut sono scomparsi. Come un sogno che si scioglie con la luce forte e salda del sole. Sulla falchetta della Barca Pulita però è rimasta la ciotola col pesce, quella che ci hanno messo a bordo gli ultimi arrivati, a confermare che non abbiamo sognato.

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