Gen 011991
 

Ai Caraibi li chiamano “uragani” e il nome deriva da “Uracan”, parola che per primo Cristoforo Colombo udì pronunciare da un indio di Hispaniola e che in lingua locale vuol dire “tempesta improvvisa”. In Pacifico li chiamano “cicloni” dal greco “Kyklos”, cerchio, per la disposizione concentrica e fitta assunta dalle isobare intorno all’occhio. Lungo la costa australiana prendono il nome di “Willi Willis” e infine nel Sud Est asiatico, in Indocina e nelle Filippine, li chiamano “tifoni”.

I nomi sono diversi perché sono stati coniati in epoche e in aree geografiche differenti, ma il fenomeno è lo stesso: una tempesta improvvisa, di breve durata e di violenza inaudita, che si verifica esclusivamente nei mari tropicali. Le fasce soggette ai cicloni sono quelle comprese nella striscia tra i 5 e i 25 gradi di latitudine nell’emisfero Nord e tra i 7 e i 30 gradi nell’emisfero Sud mentre ne sono indenni le zone polari, quelle temperate, e una sottile striscia a cavallo dell’Equatore compresa tra i 5 gradi Nord e i 7 gradi Sud.

Un ciclone ben sviluppato è probabilmente il fenomeno meteorologico più violento e pericoloso che si conosca. Il vento può raggiungere l’incredibile velocità di 175 nodi (il grado massimo della Scala Beaufort, forza 12 equivale a 64 nodi) e il mare che ne risulta è insostenibile per qualsiasi tipo di nave. Il cielo è nero e coperto da uno strato di nuvole incombenti che generano pioggia torrenziale e spazzante. Il mare è percorso da onde enormi e confuse che si intrecciano e si sommano in piramidi altissime e instabili, e in profonde voragini. Gli effetti del moto ondoso arrivano a grande distanza sotto forma di onde lunghe e oleose e che sono uno dei segni premonitori della probabile presenza di un uragano. Ma il peggio arriva quando il ciclone incontra sulla sua traiettoria un’isola o la costa di un continente. Gli alberi vengono spogliati dei rami, i tetti delle case esplodono, il vento strappa le recinzioni, le baracche e tutto ciò che è libero di volare, e tutti questi oggetti prendono a viaggiare a mezz’aria, a velocità vertiginosa, trasformandosi in micidiali proiettili che a loro volta contribuiscono ad abbattere e distruggere tutto ciò che incontrano.

Onde enormi si abbattono sui litorali, il livello del mare si alza di alcuni metri e, insieme con le piogge torrenziali, allaga l’entroterra. Le onde superano le dighe e gli sbarramenti, entrano nei porti, sollevano le navi strappandole dagli ormeggi e le trascinano in mare, oppure le ridepositano bizzarramente in terra, a decine di metri di distanza. Nel giro di una decina di ore (tanto dura il passaggio del nucleo dell’uragano) interi paesi, isole e arcipelaghi, vengono rasi al suolo. E quando tutto è finito e l’acqua si ritira, il sole torna a splendere e a illuminare, spietato e indifferente, i resti di quelle che, fino al giorno prima erano allegre località tropicali.

I primi europei a sperimentare la forza distruttiva di un uragano furono gli spagnoli nei Caraibi ed è Colombo a descriverli per primo nel diario del suo quarto e ultimo viaggio. Colombo aveva l’istinto del grande marinaio, e pur non sapendo niente di uragani, si rese conto da una serie di segni premonitori che una terribile tempesta stava per scatenarsi nelle acque di Hispaniola. Proprio in quel momento la flotta di stanza a Santo Domingo, composta da più di 20 velieri, stava preparandosi a prendere il mare per rientrare in patria. Né il governatore, né l’Ammiraglio della flotta vollero dare peso agli avvertimenti di Colombo che ormai era considerato un vecchio, pazzo e visionario, e le navi partirono. Dopo qualche ora un violentissimo vento da Nord Est investì le navi all’improvviso con una furia inimmaginabile sollevando nel contempo un mare impossibile, e di quella flotta non rimase più nulla.

Dopo Colombo, la colonizzazione dei Caraibi da parte degli spagnoli, la colonizzazione delle Indie da parte dei portoghesi e il successivo stabilizzarsi delle rotte di circumnavigazione, portarono con più frequenza i nostri naviga tori a imbattersi in questi “mostri meteorologici” e le notizie, i resoconti e i racconti si accumularono. Ci si rese conto di quali erano le aree a rischio e che i periodi pericolosi coincidevano in ciascun emisfero con la stagione estiva (da aprile a ottobre nell’emisfero Nord e da novembre ad aprile nell’emisfero Sud). Oggi, grazie ai satelliti e ai dati raccolti dagli aerei meteorologici che sono in grado di volare all’interno della perturbazione per registrarne i parametri, possiamo capire la dinamica del fenomeno e, quel che più conta, sappiamo prevederne per grandi linee l’evoluzione e la traiettoria, previsione di vitale importanza per chi vive e naviga nelle aree interessate.

Ma vediamo come nasce e come si sviluppa un uragano.

In estate, nella parte più equatoriale delle fasce tropicali, il sole a picco scalda l’acua fino a 28-30 gradi. Ne conseguono un’intensa evaporazione e un forte riscaldamento dell’aria degli strati inferiori che tende quindi a salire verso l’alto. Mentre sale, la nassa d’aria calda da un lato i raffredda, a causa dell’espansione adiabatica, dall’altro lato tende a riscaldarsi per il calore generato dalla condensazione del vapore acqueo contenuto. Se il secondo effetto è preponderante sul primo, la velocità di salita dell’aria aumenta man mano che l’aria sale e il fenomeno si auto alimenta richiamando dalle aree circostanti altre masse di aria a rimpiazzare quelle che salgono verso l’alto. Per effetto della legge di Coriolis le masse d’aria che affluiscono verso il centro invece che arrivarci lungo una traiettoria radiale, vi arrivano con una spirale (antioraria a Nord, oraria a Sud) ed ecco che è nato un piccolo vortice (aria che arriva di lato), associato a una piccola depressione (depressione dovuta al minor peso della colonna di aria calda al centro) e a un nuvolone temporalesco (condensazione del vapore dell’aria che sale).

Chi ha navigato nei mari caldi conosce bene questi micro temporali che, quando l’aria è particolarmente umida, si formano in continuazione. Certe volte se ne vedono molti, qua e là per il cielo, e si riesce a manovrare per evitarli. Portano un po’ di pioggia scrosciante e un po’ di vento forte. In genere si esauriscono in qualche ora. Ogni tanto però, uno di questi, invece di esaurirsi, continua a crescere: la depressione si fa sempre più profonda, la velocità del vento aumenta e l’area interessata si allarga suscitando l’attenzione dei meteorologi che suddividono la crescita in 4 fasi successive:

Fase 1: Tropical depression, il vento sale fino a 30 nodi

Fase 2: Tropical Storm, il vento va da 30 a 45 nodi

Fase 3: Severe Tropical Storm, il vento va da 45 a 65 nodi

Fase 4: Hurricane, Typhoon, Cyclon, il vento supera i 65 nodi

Nelle fasi l e 2 i cicloni sono analoghi a una delle nostre forti perturbazioni, ma già quando si passa alla terza fase il vortice si è trasformato in una trottola-impazzita che diventa sempre più violenta con il passare delle ore e che, nel 10-20% dei casi continuerà a svilupparsi fino alla forza di uragano. Dopo i primi stadi che sono sempre vicino all’Equatore, l’uragano comincia lentamente a spostarsi con una traiettoria che lo porta prima a Nord Ovest e che poi piega a Nord Est (Sud Ovest e poi Sud Est nell’emisfero Sud), finché, arrivato intorno ai 30° di latitudine, venendo a mancare la fonte di energia data dall’alta temperatura del mare, si indebolisce e si dissolve. La velocità con cui il ciclone si sposta sul mare all’inizio è bassa (5 nodi) e cresce fino a 25 – 30 col passare dei giorni. Questo è il comportamento medio di un uragano, ma non mancano i casi atipici che, in barba a ogni previsione, si muovono a casaccio, lungo traiettorie a zig-zag, o che, a un certo punto, si fermano sul posto, piegano ad angolo retto, o addirittura invertono la rotta per tornare a minacciare i luoghi nei quali erano appena passati.

In tutte le aree interessate i servizi meteorologici ne seguono minuziosamente lo spostamento e l’evoluzione. I bollettini diventano sempre più frequenti con l’avvicinarsi del pericolo e danno la posizione, le dimensioni, la velocità del vento a varie distanze dal centro e, soprattutto, le previsioni sulla traiettoria. Previsioni che consentono agli abitanti delle aree interessate da uno a tre giorni di preavviso per prendere tutte le possibili contromisure.

L’energia fisica associata alla massa d’aria in rotazione velocissima è enorme, dell’ordine di 10-18 Joule, confrontabile a tutta l’energia elettrica prodotta in Italia in un anno o con quella emessa da un ordigno nucleare di media portanza. Le dimensioni geografiche, invece, sono ridotte e raramente superano le 300 miglia di raggio e, dato che la forza del vento diminuisce allontanandosi dal nucleo, l’area effettivamente distruttiva si colloca tra le 50 e le 100 miglia dal centro. Sono queste piccole dimensioni, insieme con la relativa rarità del fenomeno, a portarci ad affrontare lo scopo di questo articoletto.

Navigare con gli uragani

Il primo consiglio, per chi intende navigare ai tropici, è quello di evitare del tutto la stagione degli uragani, così il problema non si pone! In particolare, chi va per una vacanza di qualche settimana in barca ha tutto l’interesse a evitare la stagione estiva, anche perché questa coincide quasi sempre con il periodo delle piogge e con la meteorologia più turbolenta, calda e afosa. Meglio, da tutti i punti di vista, scegliere l’emisfero opposto e starsene tranquilli al sole, accarezzati dai venti moderati e stabili della stagione invernale.

Le cose cambiano quando si devono pianificare lunghe permanenze ai tropici o traversate di uno o più oceani. Evitare il periodo degli uragani, può costringere a lunghissime deviazioni, o ad altrettante lunghe soste (5 o 6 mesi) in aree lontane in attesa che la stagione cambi e torni propizia. In questo caso si può valutare la possibilità di navigare nonostante gli uragani! A prima vista sembra una cosa da pazzi, ma è praticabile. Lo fanno le navi mercantili, lo fanno i locali e lo abbiamo fatto noi e molti altri nel corso del giro del mondo.

La prima domanda da porsi è: quanto è grande il rischio? Prendiamo ad esempio i Caraibi. Che probabilità ha chi passa l’intera stagione ai Caraibi di trovarsi coinvolto in un uragano? Il conto è semplice. Nella fascia di mare che va dalle Antille a Panama, larga circa 1.600 miglia, si registrano ogni anno circa 5 Tropical Storm e di questi in media uno solo si approfondisce fino a diventare un uragano. Considerando che la parte pericolosa dell’uragano non è più estesa di 100 miglia e che questo attraversa la nostra area pressappoco da Sud a Nord, la probabilità di vederselo o passare sopra la testa è:

100 mg (dim. dell’uragano)/1.600 mg (0 dell’area considerata)= 6% circa.

La probabilità non è piccolissima, ma nemmeno molto alta. Questo vale se si sta fermi su di un’isola per tutta la stagione. Se ci si sta solo un mese (un mese è circa un quinto della stagione rischiosa), la probabilità si riduce in proporzione e diventa un quinto, ovvero circa l’uno per cento.Le istruzioni nautiche, basandosi sui dati statistici raccolti nell’ultimo secolo, per ogni area a rischio, suggeriscono le zone più esposte e le più sicure e, all’interno della stagione estiva, quali sono i mesi di maggior incidenza. Evitando i mesi di maggior incidenza e pianificando bene la rotta, la probabilità si riduce relativamente e scende di molto al di sotto dell’l%.

Ma chi va in barca non è obbligato a starsene fermo ad aspettare che l’uragano gli passi addosso, e può tentare di evitarlo o perlomeno, evitare di trovarsi vicino al centro. Prima di tutto è necessario avere una radio ricevente a larga banda e familiarizzarci con i bollettini meteorologici trasmessi dalle stazioni costiere, perlopiù in inglese. Un registratore collegato alla radio permette di riascoltare con calma tutto quanto e di decifrare ciò che a un primo ascolto era sembrato oscuro. Nel caso disgraziato in cui venga segnalato il mostro in avvicinamento si deve manovrare per evitarlo. Come?

Uragani 1991

Uragani 1991

Chi si viene a trovare lungo la traiettoria deve scostarsi il più rapidamente possibile prendendo la “rotta di fuga” indicata con la linea spezzata (prima per Sud Ovest e poi per Sud Est). Questa rotta ha il vantaggio di utilizzare il vento stesso dell’uragano per fuggire mantenendosi sempre con il vento in poppa e di trovarsi poi nel semicerchio navigabile quando l’uragano passa accanto.

Con un preavviso meteorologico di 48 ore, facendo 5 nodi, ci si porta a più di 200 miglia dal centro e la distanza è più che sufficiente.

Ma se si è in porto, è dura decidere di prendere il mare, anche perché in porto si rischia la barca, ma in mare si rischia la vita.· Un’alternativa alla fuga in mare è quella di andare a rintanarsi in un “Hurricane Hole”. Si tratta di porti naturali che l’esperienza di generazioni di marinai ha individuato come rifugi più che sicuri. In genere sono dei piccoli bacini naturali completamente chiusi al mare e ben ridossati dal vento, vuoi per la forma delle montagne intorno, vuoi per il fatto di essere circondati da alberi alti e fitti che possono arrestare la maggior furia. Non sempre questi posti sono indicati dal portolano, ma basta chiedere in Capitaneria o ai pescatori e tutti sapranno indicarli. Meglio ancora è andarli a vedere in anticipo e con calma, per rendersi conto del posto, delle profondità dei fondali, di eventuali ostacoli, perché poi, se viene il momento di andarci, bisogna agire con prontezza e si deve già sapere cosa fare.

La cosa fondamentale è ancorare la barca più saldamente possibile: due ancore a prua e due ancore a poppa, con le catene più grosse e più resistenti, magari ulteriormente appesantite da ancorotti e ferraglia varia. Se è possibile si passano a terra delle cime, legandole ad alberi o a rocce. Bisogna poi togliere dal ponte tutto ciò che può fare presa al vento: cime, vele, tangoni, drizze esterne, salvagenti, etc. Il ponte deve rimanere nudo e liscio. A questo punto non c’è più niente da fare, nel senso che tutto il possibile è stato fatto. Ci si chiude in barca, o, ancora meglio si scende a terra e ci si rifugia in una grotta, o in una buca del terreno, in posizione rialzata, e si aspetta … Il più delle volte l’uragano passerà un po’ più in là, o un po’ più in qua, o non passerà del tutto.

Capiterà anche la volta che passerà, ma, in fondo, se si accetta un po’ di rischio …

SEGNI PREMONITORI

Ecco i segni premonitori, quelli da cui un buon marinaio, in mezzo al mare, senza radio, senza meteosat, etc., dovrebbe trarre tutte le indicazioni necessarie:

Caduta barometrica – Il barometro ai tropici è pressoché sempre stabile. Se la lettura (corretta per la variazione diurna) scende di 3 millibar sotto la media stagionale bisogna cominciare a preoccuparsi e a prepararsi. Se la lettura scende di 5 millibar e il vento rinforza, allora bisogna cominciare a scappare.

Onda lunga – Spesso la caduta barometrica è preceduta dall’arrivo di onde lunghe basse e insistenti la cui direzione, grosso modo, indica il centro della perturbazione.

Nuvole – Compaiono formazioni estese di cirri, seguiti da alto strati e poi da cumuli e nembi. Non sempre, ma il più delle volte, il peggio arriva dopo giorni o settimane di tempo fortemente instabile e perturbato, con cielo permanentemente coperto e acquazzoni.

In che direzione fuggire? È vitale individuare la direzione del centro. Questa si ottiene, grossolanamente, con questa regola: guardando il vento, il centro sarà a un po’ più di 90 gradi sulla destra (100 – 125 gradi se l’uragano è a 200 miglia). Quanto più si è vicini e tanto più l’angolo si avvicina a 90 gradi (nell’emisfero Sud sarà 100 – 125 gradi a sinistra. Una volta individuata la direzione del centro si stima la distanza, si disegnano sulla carta, direzione e probabile percorso e si scappa tenendo d’occhio il barometro e le variazioni della direzione e dell’intensità del vento, che dovranno via via confermare la strategia di fuga.

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