Gen 011994
 

L’isola è imponente e immacolata. La laguna, con il fondo di sabbia chiara risplende di blu e di azzurro. La terra ci dà ridosso e la montagna ci protegge dal vento, ma poco. Più avanti, nella laguna, l’acqua è calma. Se riuscissimo a entrarci potremmo ancorare in un paradiso di calma e di colori, sul fondo di sabbia bianca che si vede anche da qui. Ma questa volta la laguna è completamente chiusa, e a impedirci di entrare in mezzo c’è un muro di corallo semiaffiorante che all’esterno sprofonda in verticale per oltre 50 metri. È ‘su questo muro che decidiamo di mettere l’ancora, perché non ci viene in mente niente di meglio.

Preparo sul dinghy la nostra vecchia Ammiragliato, che se ne sta sempre malinconica e dimenticata in un gavone, ma che in casi come questi diventa preziosissima. Aggiungo 20 metri di catena e 30 metri di cima. Con l’aiuto di Marcello che sta al fuoribordo, porto il gommone fin sul reef, mentre Lizzi al timone della Barca Pulita, la tiene in surplace, perché il vento non la porti via. Il reef comincia netto, e l’acqua, che prima era profonda e blu, sopra i coralli è fonda solo mezzo metro. Avanziamo di una ventina di metri. Quando mi sembra di essere abbastanza avanti urlo a Marcello di mettere in folle. Il gommone si traversa immediatamente e comincia a derivare verso fuori, mentre mollo l’ancora tra i coralli e stendo la catena. Alla fine giuntiamo trenta metri di cavo grosso con in fondo un galleggiante. Lizzi, con la barca, si avvicina piano, recupera il galleggiante e assicura il cavo a bordo. Così la Barca Pulita è attaccata alla terra (non si può dire “ancorata”), ma non certo al sicuro. Il vento è veramente forte, e si porta via le parole dei nostri discorsi, ma per il momento ci tiene lontani dai coralli. C’è corrente, forse due nodi, che scorre parallela al reef e la barca si è messa di tre quarti.

«Finché il vento si mantiene, non c’è problema, ma se molla siamo nei guai», urlo agli altri. «Va bene, ma basta che tu e Lizzi restiate sempre a bordo», risponde Mauro.

«Certo, se stiamo a bordo non c’è problema, ma questa sera dovremo allontanarci e passare la notte alla cappa».

«Un’altra notte in mare? No, piuttosto dormo sulla spiaggia tra gli scorpioni». Mauro è desolato, affranto. E gli altri anche.

«Quanto ci vorrà per arrivare a Zabargad?», chiedeva Mauro a Milano, nell’ultima riunione negli studi di Canale 5.

«Da Hurghada, dove ci potete raggiungere in aereo, sono 200 miglia. Ci vorranno due giorni», rispondevo, pensando che Zabargad è un posto difficile, nel mezzo di un mare ventoso e violento, senza nemmeno un approdo sicuro, e senza neanche un passaggio tra i reef per scendere a terra. Dopotutto, se ci riuscivano i Faraoni, ci riusciremo bene anche noi. In breve ci mettemmo d’accordo: due giorni per andare, tre giorni per le riprese, uno per vedere le anfore di una nave egiziana naufragata in costa più o meno da quelle parti, un paio di giorni per le riprese subacquee e un giorno di riserva, per gli imprevisti. Nove giorni e il gioco è fatto. Mauro chiederà le autorizzazioni per i filmati direttamente al governo egiziano; noi metteremo a disposizione la barca e le attrezzature necessarie. È deciso: si fa un documentario su Zabargad e sulla Barca Pulita.

La Barca Pulita è nata per filmare, fotografare e raccontare gli ultimi angoli puliti del pianeta.

«Ma tu sai filmare?», mi chiedevano i più possibilisti; e aggiungevano: «hai già fatto dei filmati professionali?».

«No, ma posso imparare», rispondevo con noncuranza, «e poi, nei posti più belli, potremo sempre farci raggiungere da una troupe di professionisti».

Quella di Mauro sarà proprio la prima troupe di professionisti, e lui sarà l’operatore subacqueo. È stato lui a scovare le notizie su Zabargad. Deserta, isolata in mezzo al Mar Rosso, l’isola è nata a seguito di una spaccatura della crosta terrestre (il Mar Rosso si sta aprendo alla velocità di qualche centimetro l’anno) ed è costituita, caso rarissimo, da un lembo di mantello terrestre esposto in superficie. Per questo è ricchissima di olivine, le pietre preziose verdi già conosciute dagli antichi egizi. I Faraoni vi insediarono una comunità di schiavi a scavare e a morire sulla montagna per trovare i preziosi cristalli verdi. Poi altri popoli ne sfruttarono le miniere finché all’inizio del secolo le ricerche furono abbandonate.

A Hurghada (Egitto, alto Mar Rosso), siamo pronti a imbarcare Mauro e la sua troupe. La cittadina, tranne che per gli alberghi e i negozi per turisti, è povera e malconcia, come gran parte dell’Egitto. Il porto è sporco, caldo e puzzolente, ma ha un fascino tutto suo. I barconi colorati con incredibili tinte rosa e azzurro pastello, ci sfiorano per attraccare alla banchina e vomitano pesce a tonnellate. I funzionari del porto (tutti militari) sono gentili, ma la burocrazia è formidabile.

«Come si fa per far gasolio?». «Ci vuole il permesso».

«E per fare acqua?».

«Ci vuole il permesso».

«E per il permesso?».

«Ci vuole l’agente».

Ci vuole il permesso persino per uscire a piedi dal porto, e anche per portare le provviste a bordo. Comunque in due giorni ne veniamo a capo, conosciamo tutti i funzionari del porto e otteniamo tutti i permessi. Tutti meno quello per Zabargad, che è zona militare (e chi lo avrebbe mai immaginato!) e pertanto inaccessibile.

«Ma non è un’isola deserta?». «Sì, è deserta, ma militare», taglia corto l’agente.

Non importa, penso, tanto Mauro ha avuto il permesso per filmare Zabargad direttamente dal governo egiziano……

Di lì a due giorni Mauro arriva, con la sua troupe di cineasti, vestiti da turisti americani …e anche lui senza permesso.

«Ma come, non mi avevi detto che era tutto a posto».

«Ma sì, ma sì», risponde debolmente, «è tutto a posto, il permesso c’è, ma non hanno fatto in tempo a darmelo». E così ce ne partiamo.

La Barca Pulita naviga bene. Il vento è forte. Incanalato lungo l’asse del Mar Rosso viene proprio da poppa, ma noi lo prendiamo di lato, facendo dei bordi di gran lasco che durano due o tre ore ciascuno. La notte è bella, con la luna piena che illumina la barca e le onde. Siamo partiti da due giorni. All’inizio c’era poco vento e camminavamo come lumache. Abbiamo perso subito il giorno che avevamo riservato agli imprevisti e a bordo sono nati i primi malumori.

«Ma come mai si va così piano!».

«Hei, attento a quella sigaretta, sei vicino alle vele!».

«Ma insomma, dove devo andare a fumare?».

Poi è arrivato il vento, gagliardo come sempre. La barca si risveglia: cinque nodi, 6 nodi, 8 nodi … , cominciamo a ridurre le vele: lo yankee 2 al posto del genoa, una mano alla randa di maestra e una mano alla randa di trinchetta. Nonostante le riduzioni la velocità non diminuisce. La barca cammina, stabile, pesante, e rolla poco. Il Giovanni (il nuovo timone a vento) funziona bene. Di tanto in tanto, lo regolo un po’, e tiro qualche scotta, giusto per fare qualche cosa e per prendere confidenza con la barca, che sembra infischiarsene delle mie regolazioni sottili. Lizzi e io siamo soli sul ponte, alla luce della luna. I nostri ospiti sono stesi, dal mal di mare e dalla stanchezza di due giorni di navigazione. Dobbiamo fare attenzione a non calpestarli perché si sono sdraiati nei posti più impensabili. Siamo stanchi anche noi, ma non abbastanza da non percepire la bellezza di questa notte, di questo vento, e di questo mare che ci spinge in poppa verso la nostra prima isola deserta. Verso le dieci di sera il vento aumenta ancora.

«Lizzi, dobbiamo ridurre». «Da che parte cominciamo? Con tutte queste vele non si sa mai quale ridurre per prima».

La Barca Pulita ha l’albero di poppa più alto di quello di prua e la randa di maestra molto più grande di quella di trinchetta. A prua c’è il solito genoa, inferito sullo strallo, e più indietro un fiocco di trinchetta, inferito sullo stralletto.

«Allora, cominciamo con la maestra e prendiamo la seconda mano. Anzi, già che ci siamo prendiamo la terza».

Ci infradiciamo da capo a piedi, perché per la manovra dobbiamo orzare, ma l’acqua è tiepida (siamo a novembre) e serve a svegliarci. Proseguiamo con la seconda mano alla randa di trinchetta e finiamo issando lo yankee 3. Dopo mezz’ora abbiamo finito. La barca si raddrizza, si scrolla di dosso gli spruzzi e riparte di slancio. Noi sonnecchiamo a turno, sdraiati in pozzetto in attesa di veder comparire la nostra isola.

«Eccola, la vedo, guarda come è evidente il bianco dei frangenti». L’isola si avvicina velocemente. Quando siamo a quattro miglia le onde si gonfiano minacciosamente, e frangono in lunghe scie di schiuma. Ma non sono pericolose. Si limitano a spingerei e a mandarci in surf, qualche volta, quando il Giovanni le prende per il verso giusto. Regolo l’andatura più al traverso, in modo da passare alla larga dall’isola, per girarle attorno e andare a cercare il ridosso sottovento. Sono esaltato da questo arrivo, da quest’isola lunare, da questa notte lunare.

«Dài, Lizzi, strambiamo”. Lizzi cazza al centro la randa di trinchetta, che è più piccola e più docile, mentre io regolo il Giovanni quasi in fil di ruota. Appena Lizzi mi dà il via passo il Giovanni sulle altre mura e in quei dieci secondi che la barca impiega ad accostare salto alla scotta della randa grande, tirando come un forsennato, per aiutarla a passare dolcemente dall’altra parte, mentre Lizzi fa passare i fiocchi e lasca la randa di trinchetta.

Una strambata, un’altra, un’altra ancora, e siamo dietro l’isola. Ecco, il ridosso che comincia a farsi sentire. Da qualche minuto il mare non frange più, e si sente solo il fruscio poderoso dello scafo nell’acqua quasi calma a otto, a nove, a dieci nodi. La luna è salita allo Zenit, e comincia ora a calare. Le nostre 220 miglia di traversata sono finite e Zabargad è grande e nitida, contro il cielo lattiginoso. Si vede bene la montagna al centro, le colline, e una lunga spiaggia bianca. Si indovina persino la laguna, nella luce forte e irreale della luna, e al suo limite il profilo della barriera, netto, senza sbavature,

«Bene, siamo arrivati”. «Ammainiamo tutto e aspettiamo il sole”.

Il volto attonito di Marcello compare dal boccaporto: «Non ci sono più onde? Siamo arrivati? E adesso cosa facciamo?”.

«Niente, aspettiamo che sorga il sole”.

«E restiamo così, alla deriva, in mezzo al mare?»

«Non siamo alla deriva, siamo alla cappa”, rispondo. Ma è evidente che per lui non fa differenza, e che la sua opinione di noi, del mare e delle barche a vela in generale è scesa di molto, negli ultimi giorni. Comunque gli manca la forza di replicare e ricasca in cuccetta, lasciandoci soli a contemplare la nostra isola misteriosa.

Gli ospiti si risolleveranno un poco all’alba, di fronte a uno spettacolo eccezionale. La barca è circondata dai delfini. Visto che la barca è ferma, e che non ci sono onde di prua, i delfini si adattano e inventano un gioco nuovo: nuotano lentamente tutto intorno alla barca per poi, ogni tanto, emergere gioiosamente, proprio sottobordo, e guardarci con gli occhioni che sembrano sorridere.

«Presto, presto, la telecamera, il cavalletto, il filtro, la Nikonos!”

La nostra troupe esce dal letargo e Zabargad esce dalla penombra, illuminata dal sole di un giorno nuovo.

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